Lanciata dalla sezione francese di Aiuto alla Chiesa che Soffre

PARIGI, venerdì, 11 giugno 2010 (ZENIT.org).- La sezione francese dell’associazione ecclesiale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha lanciato il 7 giugno una petizione internazionale per abolire la cosiddetta “Legge sulla blasfemia”, che permette gravi ingiustizie in Pakistan.

L’iniziativa ha riunito quasi tremila adesioni in tre giorni ed è accompagnata da un’opera di mobilitazione contro questa legge che include una catena di preghiera mondiale per le vittime e le loro famiglie.

La web dell’entità promotrice dell’iniziativa informa del caso di un bambino di 5 anni bruciato vivo perché era cristiano, e sottolinea che 1.000 pakistani sono stati condannati per la propria fede.

Nella pagina web, gli internauti possono aderire alla petizione firmando contro la legge antiblasfemia e inviare messaggi di sostegno, preghiere e donazioni alla Chiesa cattolica in Pakistan.

“Chiediamo al Governo del Pakistan di abolire immediatamente la legge sulla blasfemia, in particolare il paragrafo 295 C del Codice Penale che prevede la pena di morte per i colpevoli; chiediamo al Governo di garantire i diritti di tutte le minoranze religiose del Paese”, indica il testo della petizione.

Il Vescovo di Faisalabad, monsignor Joseph Coutts, denuncia che “questa legge, che dovrebbe servire a difendere il sacro, è utilizzata da tempo per opprimere e perseguitare le minoranze religiose in Pakistan, inclusi i cristiani”, che rappresentano l’1,6% della popolazione.

Il presule pakistano continua la lotta del suo predecessore, monsignor John Joseph, chiedendo il ritiro della legge antiblasfemia come presidente della Commissione Giustizia e Pace della Chiesa.

Secondo il presule, il problema della legge contro la blasfemia è peggiorato drammaticamente nel 2001, quando nel Paese è aumentato il sentimento antioccidentale, che ha raggiunto il suo punto massimo con l’intervento statunitense in Iraq e in Afghanistan.

Monsignor Coutts lavora per i diritti della minoranza cristiana del Pakistan, che vive all’ombra della violenza e dell’oppressione, e si impegna nel dialogo interreligioso.

Ha ricevuto minacce di morte, ma afferma: “Non ci lasceremo impaurire dalle intimidazioni; porteremo avanti la nostra attività interconfessionale, per l’armonia e la pace nel Paese”.

La legge sulla blasfemia prevede il carcere o anche la pena capitale per quanti insultano o profanano il nome del Profeta Maometto o il Corano.

E’ inclusa nel Codice Penale pakistano ed è stata introdotta originariamente nel 1860 dai britannici in India, allora non divisa.

Nel 1927, al Codice Penale è stato aggiunto il paragrafo 295 per trattare gli “atti deliberati e maliziosi con l’intenzione di oltraggiare i sentimenti religiosi di qualunque gruppo insultando la sua religione o il suo credo religioso”.

Il generale Zia Ul, istigato dai partiti islamici del Paese, ha però introdotto vari emendamenti al Codice Penale – il carcere a vita contro chi profana il Corano e la pena di morte per chi insulta il Profeta.

Da allora, i cristiani hanno subito umiliazioni e persecuzioni a causa di false accuse nel contesto di questa legge.

Secondo Aiuto alla Chiesa che Soffre, la legge antiblasfemia è inseparabile dal processo di islamizzazione della società, nel quale il diritto si basa sulla sharia (la legge islamica), ed è uno strumento di oppressione.

Il direttore della sezione francese di ACS, Marc Fromager, afferma che questa legge non è precisa nella sua formulazione, visto che non distingue tra un’azione deliberata e una che non lo è.

In base a questo provvedimento, inoltre, una persona può essere accusata senza prove, il querelante ha uno status di impunità e ci sono sempre più processi-farsa, accompagnati da una maggiore durezza delle pene, denuncia Fromager.

Dopo la promulgazione di queste leggi, gli arresti, gli omicidi e i massacri sono aumentati. Centinaia di luoghi di culto sono stati distrutti.

La Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei Vescovi Cattolici ha calcolato che dal 1986 al 2010 le vittime innocenti di questa legge sono state 993. Di queste, 120 erano cristiani.

L’iniziativa della sezione francese di ACS per abolire la legge sulla blasfemia è stata accolta con favore anche da Peter Jacob, Segretario esecutivo della Commissione, che parlando con l’agenzia Fides l’ha definita “una boccata di ossigeno”.

“Siamo allarmati in quanto sembra che anche in altri Paesi del mondo, specialmente quelli islamici, si discute se promulgare leggi come questa”, ha ammesso, sottolineando la necessità di “creare maggiore consapevolezza nella comunità internazionale”.

“In linea di principio il Governo dice di voler difende i cittadini innocenti che subiscono gli effetti di questa legge, ma, a livello pratico, non fa nulla, in quanto subisce l’influenza dei gruppi estremisti islamici”, ha commentato.

Tra le persone che hanno firmato la petizione c’è il cattolico Francis Mehboob Sada, direttore del Christian Study Center di Rawalpindi, un luogo ecumenico di documentazione, studio e riflessione, apprezzato per la sua opera di monitoraggio e informazione sulla condizione dei cristiani in Pakistan e per l’impegno nel dialogo interreligioso.

“Le vittime sono di tutte le religioni: musulmani, cristiani, ahmadi e di altre minoranze – ha osservato -. Per questo esiste un movimento trasversale che ne chiede l’abolizione: comprende fedeli cristiani, gruppi della società civile, organizzazioni per la difesa dei diritti umani e anche molti gruppi musulmani moderati. Solo poche fazioni estremiste continuano a sostenerla”.

“L’unica proposta valida possibile è l’abolizione – ha concluso -. Bisogna ricordare, infatti, che dal 1947 (anno dell’indipendenza del Pakistan) al 1986 (anno della promulgazione della legge) non vi sono stati casi di blasfemia in Pakistan. Questa legge contribuisce a creare disarmonia nella società e colpisce gli innocenti”.