Di Marcello Pera

La battaglia non è ancora vinta e la guerra sarà ancora lunga e cruenta, ma il primo assalto è stato respinto. Sulla questione della pedofilia, cristiani e cattolici di tutto il mondo hanno compreso alcune lezioni fondamentali. Prima. La riparazione con atti di giustizia ecclesiastica e civile dei casi accertati di pedofilia fra i sacerdoti non è il vero interesse di chi conduce la campagna. Se davvero lo fosse, allora analoghe prese di posizione si sarebbero dovute verificare in altri casi, oppure si sarebbe presa l’occasione per riflettere sulle nostre leggi sempre più permissive in materia etica. Perché la pedofilia è un crimine orrendo e l’uccisione di un embrione con una pillola è una “conquista civile”? O sono crimini entrambi oppure chi fa la distinzione fra l’uno e l’altro non si riferisce al crimine in sé, ma a qualche altra cosa.
L’essere sùbito saltati da parte degli accusatori dalla denuncia dei singoli casi all’accusa indiscriminata alla Chiesa come istituzione ha fatto capire che è precisamente questa altra cosa ciò che essi hanno in mente.

Seconda lezione. Cristiani e cattolici hanno anche compreso che la persona del Papa non è l’obiettivo della campagna. Perché se c’è uno che ha preso sul serio questi scandali e li ha denunciati, questi è Benedetto XVI. Impossibile rimproverargli disattenzione, negligenza e ancor meno connivenza.

La sua predicazione di una vita, il suo magistero, la sua inequivoca dottrina sul punto gli hanno fatto sempre scudo contro qualunque denigrazione o insinuazione. E l’immagine visibile di quello scudo è quel “celeste sorriso di Cristo” di cui ha parlato il cardinal Sodano con un’immagine doppiamente felice perché mette assieme l’espressione di fiducia che emana dal volto, anche provato, di Benedetto XVI con la serenità interiore del Suo animo.
È un calvario quello a cui il Papa viene sottoposto, ma che egli riesce a percorrere non tanto come un fardello suo personale quanto come la prova che ogni autentico cristiano deve superare quando lo “scandalo del crocifisso” entra nel mondo. È per questo che anche chi si è avventurato a chiederne le dimissioni come presunto responsabile di un “Altargate”, come Nixon del “Watergate”, ha dovuto riconoscere che egli è privo di colpe. Dunque, anche per questo rispetto è risultato chiaro che il bersaglio della campagna sta altrove. Terza lezione. Cattolici e cristiani hanno infine ben capito dove è collocato questo “altrove”. È la Chiesa e più precisamente la sua predicazione e testimonianza cristiana ciò che disturba. Giustamente, il cardinal Sodano e altri hanno denunciato il vero obiettivo: la campagna dei laicisti è contro chi difende la vita, la persona, il matrimonio, l’etica. Questa è la guerra culturale che attraversa tutto l’Occidente in questo momento di crisi morale.
Da un lato, chi predica la libertà senza responsabilità, l’autonomia dell’individuo senza vincoli, la relatività dei valori come fonte di ogni valore; dall’altro lato, chi oppone che se l’etica non ha verità, allora il bene è solo una pacca sulle spalle che ciascuno dà a se medesimo ogni volta che ha perseguito il proprio interesse e l’ha fatta franca. La contraddizione che stringe l’Occidente è drammatica e la spirale in cui si avvolge è perversa. Non puoi esaltare la libertà sessuale, perdonare ad ogni infrazione, abbassare ogni guardia, tollerare ogni trasgressione, esaltare la omosessualità fino al punto di voler introdurre il reato di omofobia, e poi scandalizzarti della pedofilia. Se non c’è più il senso del peccato, ciò che è moralmente lecito o illecito finisce sotto la legge generale della forza. Dispiace che queste lezioni non siano state ben comprese da molti laici. E che essi per primi non abbiano reagito contro una campagna palesemente anticristiana.
Se avessero memoria storica di che cosa ha rappresento il cristianesimo per la nostra civiltà, se avessero consapevolezza culturale di quale valore fondante esso fornisce a quegli stessi valori che essi sostengono di difendere, e se avessero onestà intellettuale per ammettere che la stessa laicità è un concetto interno al cristianesimo, non ad esso estraneo o imposto, allora, credenti e praticanti o no, non si farebbero trascinare in una guerra che, se fosse vinta da chi la conduce, porterebbe alla stessa distruzione della laicità. Oppure non si mostrerebbero ora disattenti ora indifferenti rispetto alla posta che è in gioco.

Dispiace anche che a questa incomprensione non abbiano fatto eccezione alcuni esponenti dell’ebraismo. Dimenticare che Benedetto XVI ha reciso alla radice qualunque alibi all’antisemitismo, perché lo ha negato in dottrina e non semplicemente con gesti mediatici; dimenticare inoltre che proprio Benedetto XVI si è più di altri riferito alla nozione di “giudaico-cristiano”; e trascurare che se il cristianesimo è messo in discussione anche il giudaismo lo è, significa commettere un errore grave, di prospettiva storica e di cultura.

Si può pensare che il mondo debba ancora atti di riparazione agli ebrei, soprattutto si deve pretendere che questi atti non si esauriscano in qualche cerimonia occasionale in cui si spendono lacrime a comando, ma chiedere ogni volta che si scusi chi già si è scusato nei modi e limiti in cui può scusarsi, o intimare revisioni di episodi e personaggi, oppure sentirsi offesi per una analogia fra discriminazioni, come quella fatta da padre Cantalamessa, peraltro innocente e offerta in buona fede a chi come solo loro, gli ebrei, possono meglio capirla, è segno  o di protervia intellettuale, che non si vorrebbe vedere tra quei nostri amici, o di confusione fra questioni cruciali di civiltà e piccoli interessi di questa o quella comunità o di carriera di questo o quel personaggio, che sarebbe meglio non commettere.
I laicisti non fanno distinzioni, perché non hanno scrupoli. Se oggi salvano gli uni per condannare gli altri è perché domani si apprestano a invertire le parti. La guerra che essi hanno da tempo dichiarata richiede l’unione di tutte le forze mature e consapevoli. Non prevalebunt, certamente, ma sono pericolosi.

© Copyright Il Tempo, 8 aprile 2010