di Giandomenico Mucci
Tratto da L’Osservatore Romano del 3 maggio 2009

Anticipiamo stralci di uno degli articoli del numero in uscita de “La Civiltà Cattolica”.

I cattolici sanno bene che esiste, in Italia e in Europa, una ostilità a priori contro la dottrina della Chiesa, specialmente nel campo dell’etica. La stampa, che è espressione di poteri e interessi forti, è un’ottima propagatrice di tale ostilità. Questa pregiudiziale negativa si attenua o si blocca dinanzi a quelle scelte pastorali e sociali che, pur sempre guidate dalla dottrina cristiana, sono condivisibili sul piano pratico dal fronte “laico”. Per ovvi motivi, quell’apriori ostile ha per oggetto il Papa, che rappresenta e propone la dottrina della Chiesa con il massimo grado di autorevolezza.

Contro di lui si esercitano costantemente l’ipercritica, il fastidio, il disagio dinanzi al suo magistero e alla sua persona. L’allora cardinale Ratzinger era descritto come il Rottweiler del pontificato di Giovanni Paolo II, l’inflessibile e freddo controllore della dottrina, lui che da chi lo conosce da anni è stimato “uomo di grande gentilezza, di profonda intensità spirituale, di grande curiosità intellettuale e, soprattutto, di serena tranquillità interna”, secondo Richard John Neuhaus su “il Foglio”.

La campagna mediatica tendente a screditare il Papa trova alimento nelle più stravaganti interpretazioni date agli interventi pontifici. Parecchi sono ormai gli episodi osservati con lenti preconcette. A noi interessa mostrare al lettore la regia culturale che fa di quella campagna una sezione della più vasta campagna che, a livello universale, tende a screditare la Chiesa cattolica.

Questa insistenza provoca una perdita di consensi? Renato Mannheimer ha dichiarato a suo tempo che i fatti della Sapienza hanno portato la popolarità del Papa oltre il 90 per cento, cioè oltre una quota che i sondaggisti sanno essere già abitualmente la più elevata tra quelle che riguardano i personaggi pubblici. Certo, il Papa non propone l’antropologia di Claude Lévi-Strauss. Offre piuttosto un progetto etico che mira alla formazione della persona nel suo complesso, un progetto culturale e spirituale chiaro e fermo nella dottrina ispiratrice, indulgente verso le cadute dei singoli individui.

La gente avverte nelle sue parole la presenza dell’esperienza comune quotidiana nella quale dominano la schiavitù della droga, la violenza sui deboli, le vite che nascono e sono rifiutate, l’affievolimento del senso dell’umanità e della solidarietà. È stato notato che tra coloro che gettano discredito sul Papa ci sono alcuni che una volta si sono distinti per essere stati culturalmente conniventi con regimi totalitari e oggi accusano di totalitarismo culturale la Chiesa che, con la difesa dei diritti umani e la testimonianza fattiva a favore degli indifesi e dei poveri nel mondo, ha acquisito una singolare autorevolezza. Gli stessi saggisti chiedono spesso alla Chiesa di contribuire a formare buoni cittadini e poi la accusano, senza coerenza, di violare la laicità dello Stato o di coartare la coscienza dei cittadini, quando parla della vita, della famiglia, della malattia.

Non manca qualche illustre studioso che, in particolari occasioni, dà rilievo alla capacità di comunicazione mediatica dimostrata dal Papa mediante alcuni gesti simbolici. Ma, generalmente, il magistero di Benedetto XVI è letto come il tentativo di un interlocutore che si colloca sempre sulla difensiva e, per giunta, in un’ottica pessimistica, nel dialogo con la posizione di relativismo e nichilismo preponderanti nella cultura occidentale. Da queste posizioni, alle quali non è estraneo l’interesse politico, proviene la sistematica ostilità al Papa che non saprebbe dialogare con la società, allontanerebbe i fedeli verso i quali mancherebbe di misericordia, renderebbe afono il laicato cattolico con il suo dogmatismo. Ogni osservatore onesto e libero saprà valutare come merita una così grossa mistificazione.

La stampa italiana tende a veicolare un’immagine del Papa quasi sempre in termini ipercritici, quasi fosse un giudizio consolidato. Invece, non mancano voci autorevoli che non pensano affatto che Benedetto XVI sia un Papa scomodo. Guido Guastalla, per esempio, assessore alla Cultura nella Comunità ebraica di Livorno, esprime stima e ammirazione per il Papa. Valutazioni molto positive sul ruolo che il Papa sta svolgendo con il suo ministero vengono da due storici inglesi. Michael Burleigh, già professore alle Università di Oxford e Harvard e alla London School of Economics, contrappone l’insegnamento di Benedetto XVI alle “banalità di un multiculturalismo ormai discreditato esistente soltanto nelle università di sinistra e in alcune amministrazioni locali, nessuna delle quali è all’avanguardia del pensiero europeo”. E nota: “Al posto della religione, le élite liberal preferiscono la recita incessante, a mo’ di mantra, di alcune parole d’ordine come “diversità”, “diritti umani” e “tolleranza”, quasi fossero state loro a inventarle, e inconsapevoli di quanto esse siano collegate in realtà a una più profonda cultura cristiana. Una cultura basata su idee e strutture in cui siamo talmente immersi da non riuscire quasi a riconoscerle”.

Secondo Paul Johnson, che è stato anche direttore del settimanale “New Statesman”, la stragrande maggioranza dell’umanità riconosce alla religione la funzione di una dimensione vitale nelle esistenze degli uomini. E il Papa è impegnato a sostenere l’aggancio della ragione al trascendente. Ma “tutte le forze della società moderna sono contro di lui”. Contro di lui non è André Glucksmann che non ha esitato a dichiararsi a favore delle posizioni del Papa con il quale condivide l’opposizione a qualsiasi forma di relativismo postmoderno. Questi autori sono esponenti di diversi ambienti culturali, ma hanno in comune la constatazione del progetto esausto del neoilluminismo laicista e il convincimento che non può esistere un fondato conflitto tra religione e scienza, tra attività della ragione e apertura alla trascendenza. Pertanto vedono nel Papa non un personaggio scomodo, ma l’annunciatore di un nuovo umanesimo.

In Italia, il fronte laicista ha certamente radicalizzato il suo confronto con la Chiesa. I suoi uomini si compiacciono di descrivere regolarmente una Chiesa e un cattolicesimo in difficoltà. A qualcuno, questa strategia si configura come rivelatrice, oltre che di acredine di antico stampo, di un nervosismo segreto, quasi un caso di psicologia adolescenziale, quando il figlio non riesce a staccarsi dai genitori e la sua personalità si afferma soltanto continuando a parlarne. Peraltro, i “laici” tacciono sempre su quelle attività, come la sussidiarietà e i servizi sociali, che quasi non esisterebbero se non fossero alimentate dalla dottrina della Chiesa istituzionale incarnata dal laicato cattolico.

Il magistero di Benedetto XVI riflette limpidamente quello del Vaticano II e, al di là dei singoli pronunciamenti che vanno contestualizzati, manifesta una preoccupazione di fondo per gli sviluppi di quella cultura alla quale si affidano i suoi contestatori. Il Papa – come ha chiarito l’8 dicembre del 2005 nell’omelia della Santa Messa celebrata nel quarantesimo anniversario della conclusione del Concilio – guarda all’uomo contemporaneo come a colui che, erede di una storia secolare, “cova il sospetto che Dio gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l’avremo accantonato. (…). (L’uomo) non vuole contare sull’amore che non gli sembra affidabile; egli conta unicamente sulla conoscenza, in quanto essa gli conferisce il potere (…) col quale vuole prendere in mano in modo autonomo la propria vita”.

“Alcuni – ha precisato il Pontefice nel Discorso alla Plenaria della Pontificia Commissione Bibilica del 27 aprile 2006 – sono arrivati a teorizzare un’assoluta sovranità della ragione e della libertà nell’ambito delle norme morali: tali norme costituirebbero l’ambito di un’etica solamente “umana”, sarebbero cioè l’espressione di una legge che l’uomo autonomamente dà a se stesso: i fautori di questa “morale laica” affermano che l’uomo, come essere razionale, non solo può ma addirittura deve decidere liberamente il valore dei suoi comportamenti”.

La preoccupazione del Papa si estende dall’ambito culturale a quello pastorale: “La secolarizzazione – ha sottolineato il Santo Padre nel Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura l’8 marzo del 2008 – non è soltanto una minaccia esterna per i credenti, ma si manifesta già da tempo in seno alla Chiesa stessa. Snatura dall’interno e in profondità la fede cristiana e, di conseguenza, lo stile di vita e il comportamento quotidiano dei credenti. Essi vivono nel mondo e sono spesso segnati, se non condizionati, dalla cultura dell’immagine che impone modelli e impulsi contraddittori, nella negazione pratica di Dio: non c’è più bisogno di Dio, di pensare a Lui e di ritornare a Lui. Inoltre, la mentalità edonistica e consumistica predominante favorisce, nei fedeli come nei pastori, una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che nuoce alla vita ecclesiale. (…). C’è il rischio di cadere in un’atrofia spirituale e in un vuoto del cuore”.