Gli stranieri oramai rappresentano il 10 per cento della forza lavoro nel campo dell’agricoltura. La Calabria è la Regione italiana col più alto tasso di disoccupazione, e gli stranieri, in gran parte clandestini, sono sfruttati cinicamente
Andrea Sartori (Insegnante)

E’ la mancanza di un’etica del lavoro che ha portato ai fatti di Rosarno: mancanza di etica da parte degli italiani, che non vogliono più fare certi lavori, come quelli legati all’agricoltura. Mancanza di etica da parte di chi sfrutta gli immigrati facendoli lavorare in condizioni disumane e di fatto schiavizzandoli senza pietà.

La Calabria è davvero un caso esemplare di tutto questo: è la Regione italiana con il più basso Pil e con il tasso di disoccupazione  più elevato. A Reggio Calabria il tasso di occupazione di persone tra i 15 e i 25 anni è del 15,5 per cento, tra i più bassi d’Italia, mentre nella fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni il tasso di occupazione è del 45,9 per cento contro una media nazionale del 70 per cento. Eppure vi sono settori lavorativi che soffrono per mancanza di personal. Ad esempio ci sono sempre meno falegnami, parrucchieri o panettieri. Ma anche l’agricoltura sta soffrendo molto per mancanza di lavoratori. E sono gli immigrati a tamponare le falle lasciate dagli italiani: secondo il dossier statistico Caritas e Confagricoltura i lavoratori extracomunitari nel campo dell’agricoltura sono 90mila e rappresentano il 10 per cento della forza lavoro. In Calabria erano soprattutto africani, ma bisogna anche segnalare una massiccia presenza di albanesi e di indiani: è sempre più facile imbattersi in turbanti sikh nei campi e nelle stalle.

Ma la mancanza di etica nel lavoro non proviene solo dagli italiani che lasciano sempre più liberi posti di lavoro sgraditi. Siamo sicuri che molti dei datori di lavoro preferirebbero un italiano ad un immigrato più facilmente sfruttabile? Dei 90mila lavoratori stranieri impegnati nel campo dell’agricoltura ben 30mila, sia regolari che irregolari, sono in nero.  A Rosarno la paga per una giornata di lavoro nero è di 25 euro. Gli immigrati impiegati a Rosarno vivono in edifici abbandonati e fatiscenti, come l’ex stabilimento Opera Sila, o la “Fabbrica”, uno stabilimento dismesso a Gioia Tauro. Gli immigrati dormono su cartoni, non hanno né elettricità né acqua potabile. Senza contare il fatto che a sfruttarli è spesso la criminalità, specie in zone come la Calabria, dove la ‘ndrangheta la fa da padrona. Non è molto diverso dalla triste panoramica dei laboratori clandestini cinesi, dove i lavoratori vengono sfruttati senza pietà e dove spesso è presente la longa manus delle Triadi, la mafia cinese. Ma qui non si sta parlando di imprenditori cinesi (la cui crescita economica, basata su metodi inumani, è fin troppo lodata ultimamente) ma italiani. La clandestinità va combattuta. E questo non è razzismo, è anche tutela di quegli stranieri che arrivano in Italia. Un clandestino non ha tutele e quindi, per sopravvivere, ha due strade: o quella della criminalità, o quella di farsi sfruttare da imprenditori senza scrupoli, o da imprenditori costretti a pagare il pizzo alla ‘ndrangheta. Sarà un caso che in Italia esista un solo modello positivo nel campo dell’agricoltura: quello della raccolta delle mele nel Trentino Alto Adige. Sarà la più forte sopravvivenza di una mentalità teutonico-asburgica, che contrasta con quella spagnolesca che è rimasta dominante nel resto della Penisola? Sta di fatto che in Trentino Alto Adige i raccoglitori di mele possono contare su un miniappartamento dignitoso e una paga sindacale di 6 euro e 30 all’ora.

L’agricoltura è una fonte di ricchezza per il Paese, e la politica del ministro Zaia di incentivazione dell’agricoltura. Per fare questo bisogna però correre ai ripari in alcuni settori. Innanzitutto ci vuole una lotta serrata contro il lavoro nero e la clandestinità, affinché lo sfruttamento indiscriminato degli extracomunitari e le infiltrazioni malavitose  non portino più a fatti come quelli di Rosarno. In secundis è indispensabile che gli italiani vengano “rieducati” ad un’etica del lavoro: il lavoro agricolo potrebbe essere uno sbocco, e non è affatto un lavoro privo di dignità, anche perché nessun lavoro onesto è privo di dignità. Però purtroppo questa è ancora una strada lunga, in quanto ci sono molti, troppi mestieri rifiutati dai giovani italiani.