Nel mondo ma non del mondo

di  don Antonello Iapicca

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La Chiesa ha un solo vero nemico: il peccato. Il Papa lo ha riaffermato affacciandosi dalla finestra del suo studio dinnanzi a 200.000 fedeli appartenenti alle varie aggregazioni laicali e alle nuove comunità accorsi in Piazza San Pietro per manifestargli la propria vicinanza. Una semplice verità, troppe volte dimenticata. Il Papa così spezza la sindrome da accerchiamento che sembra volersi impadronire della Chiesa invitandola ad alzare il suo sguardo al Cielo. “Quasi nessuno, però, oggi parla ancora della vita eterna… Poiché non si osa credere in essa, bisogna sperare di ottenere tutto dalla vita presente”. (Benedetto XVI, Messaggio al II “Kirchentag ecumenico”, 12 maggio 2010). Il peccato che “a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa” esiste, ed ha un nome: orgoglio. E’ il peccato originale che ha lasciato ferita la carne dell’uomo chiudendo il Cielo e spegnendo la speranza. Riaffermando l’essenziale della fede il Papa non ha cancellato l’esistenza del male al di fuori della Chiesa, anzi. Semplicemente, ha ribadito che la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il peccato e suo padre, il demonio. Questi è il principe di questo mondo, ed il mondo, per così dire, anche attraverso i media, fa il suo mestiere, così come appare nella visione dell’Apocalisse: “Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù” (Cfr. Ap. 12, 17). Rivolgendosi ai Movimenti riuniti in San Pietro, il Papa ha invitato tutti a custodire fedelmente i comandamenti e la testimonianza di Gesù, perché la Chiesa, proprio mentre le seduzioni del mondo la stringono d’assedio, dischiuda il Cielo a questa generazione, mostrando il destino autentico per cui ogni uomo è venuto al mondo. Sale, luce e lievito, la Chiesa è questo. Nemico di Dio, dell’uomo e della Chiesa il peccato è lo strumento con il quale il demonio tenta, in ogni modo, di rendere insipido il sale, di spegnere la luce, di marcire il lievito. “Affinché ciò non accada” diceva il Papa in Portogallo, “bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, fulcro e sostegno della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza via qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e calcolo umano. La risurrezione di Cristo ci assicura che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Quindi la nostra fede ha fondamento, ma c’é bisogno che questa fede diventi vita in ognuno di noi. C’è dunque un vasto sforzo capillare da compiere affinché ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima”. E ieri questo “sforzo capillare” era davanti agli occhi del Papa, era lì il soffio dello Spirito che non ha mai abbandonato la Chiesa; parrocchie, associazioni, movimenti, nuove comunità, tutti per stringersi a lui e riaffermare fedeltà e zelo per annunciare con vigore e gioia il Vangelo. Si comprendono solo in questa luce le parole del Papa: “Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo (Cfr. Gv 17, 14) anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio. E’ quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E’ quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza”. Se il peccato è il nemico, i testimoni di Cristo, deboli e fragili, “lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire” (Cfr. Ap. 12,11). Solo chi è “sopraffatto dalla gioia di poter conoscere Dio, di conoscere Cristo e che Egli ci conosce” può essere martire, testimone del suo amore. “È questa la nostra speranza e la nostra gioia in mezzo alle confusioni del tempo presente” Benedetto XVI, Messaggio al II “Kirchentag ecumenico”…).