La Costituzione italiana, così come quella francese e tedesca, attribuisce un ruolo centrale alla famiglia e ai figli, sia nella vita sociale che in quella economica: sul piano economico la definizione forse più felice proviene da un gigante dell’economia contemporanea, Kenneth Arrow. Nel 1951 egli crea la moderna teoria delle scelte sociali e individua le decisioni familiari come il nucleo e l’esempio irriducibile di una scelta comune che «può emergere solo dalla presenza di comuni standard di valore, di qualche genere».

Nel linguaggio moderno possiamo affermare che la famiglia è un’istituzione centrale della vita economica e sociale, fondata sulla condivisione di valori comuni: la famiglia non è l’ambito della razionalità formale, ma piuttosto quello della ragionevolezza. Anche John Rawls, uno dei più influenti filosofi della politica, riconosce alla famiglia il ruolo di «istituzione fondamentale», con il vincolo della «eguaglianza delle donne, l’eguaglianza dei bambini come futuri cittadini e, infine, il valore della famiglia nel garantire la produzione e riproduzione della società e della sua cultura da una generazione all’altra». Purtroppo mentre i cittadini esistenti hanno “voce”, i futuri cittadini sono politicamente inesistenti, per le ragioni che già John Stuart Mill aveva analizzato. Il punto centrale è che la cultura moderna non riconosce alla famiglia un ruolo centrale nel generare benessere e stabilità per la società moderna.

Bambini e povertà. Secondo l’analisi dell’Ocse il 16% dei bambini in Italia viveva, nel 2008, in famiglie in condizioni di povertà economica relativa: questa quota è dell’11% in Germania e del 7% in Francia. La condizione di povertà è massima in tutti i paesi per le famiglie monogenitore con figli, è comunque elevata per le famiglie con figli con un solo percettore, diminuisce in modo uniforme quando entrambi i genitori lavorano mentre aumenta in modo uniforme all’aumentare del numero di figli: il numero di percettori di reddito nelle famiglie con figli, e il numero di questi, è quindi il primo fattore che genera disuguaglianza economica e sociale.

In Italia l’incidenza della povertà economica relativa è del 25% nelle famiglie con figli nelle quali solo uno dei genitori lavora e scende al 4% se entrambi lavorano: in Francia la percentuale di famiglie povere con un solo genitore che lavora scende al 12%, mentre diminuisce ulteriormente al 9% nel caso della Germania. Ciò è il risultato di una deliberata scelta di politica fiscale, con cui si realizzano condizioni di maggiore equità orizzontale e al tempo stesso si attribuisce una maggiore forza alla politica fiscale, perché l’unità decisionale di base è la famiglia.

La disuguaglianza delle famiglie con figli in Italia. La situazione economica italiana registra da sempre un forte squilibrio fra famiglie monoreddito e bireddito, del quale statistiche recenti consentono di offrire una precisa quantificazione: poiché l’unità di riferimento fiscale è l’individuo e non la famiglia è comunque indispensabile procedere a una stima per ricostruire le famiglie fiscali. In particolare si dispone di due ricostruzioni: la prima condotta da un gruppo di lavoro del Ministero dell’Economia sull’universo delle dichiarazioni in Italia e la seconda, condotta dal prof. Mario Mezzanzanica dell’Università degli Studi Milano-Bicocca per il comune di Milano.

Se consideriamo l’universo delle dichiarazioni fiscali in Italia, il divario economico fra famiglie bireddito, in cui entrambi i coniugi lavorano, e le famiglie monoreddito è davvero rilevante e ci si attenderebbe che di ciò il sistema fiscale tenesse conto. In mancanza di una rilevazione ufficiale, abbiamo elaborato un’analisi Ocse, che consente un confronto omogeneo con Francia e Germania. Ciò che emerge è un netto divario di imposizione fiscale a sfavore delle famiglie monoreddito, inesistente in Francia e in Germania: questi paesi realizzano una quasi esatta equità orizzontale. La famiglia monoreddito italiana, con circa 26mila euro lordi annui, è gravata da un eccesso di pressione fiscale, pari a 6,8 punti percentuali (il 25% contro il 18,2%) per redditi familiari superiori alla media del 33%, e di 8,4% punti (34,2%-25,8%) per redditi superiori del 100%: nel primo caso ciò equivale a una maggiore imposta di 1.768 euro. In Francia e Germania il corrispondente divario, in valore assoluto, è pari rispettivamente a -0,3% e -1,4%, il che accentua ulteriormente lo svantaggio fiscale delle famiglie italiane monoreddito.

Monoreddito sempre più penalizzate. Se consideriamo il reddito lordo delle famiglie nel Comune di Milano il reddito del 10° decile (il 10% delle famiglie con il reddito più elevato) era pari, nel 2007, a 162mila euro rispetto a 24mila euro per il reddito mediano, con un rapporto pari a 6,7. Se consideriamo i medesimi valori al netto dell’inflazione il reddito mediano è più stabile, ma non registra alcun aumento fra il 2000 e il 2008, mentre se si considerano i redditi medi del 10° decile si osserva una maggior volatilità, ma intorno a redditi medi più elevati, in aumento del 5% rispetto al 2000.
Dalla dinamica dei redditi al variare del numero di figli emerge un livello medio dei redditi più elevato rispetto alla media nazionale – in parte spiegabile con il più elevato costo della vita e delle abitazioni nel capoluogo lombardo – ma con un profilo del reddito simile a quello nazionale. La differenza centrale è che il profilo del reddito familiare per le famiglie bireddito registra un aumento più accentuato rispetto al caso nazionale (circa il doppio). Se consideriamo il reddito medio familiare a Milano come parzialmente equivalente al caso di redditi doppi rispetto alla media, l’eccesso di pressione fiscale a Milano è pari all’8,4% – 3.360 euro l’anno – rispetto a un differenziale pari a -0,7 punti per la Francia e -6,3 punti per la Germania, il che allarga ulteriormente il divario delle famiglie monoreddito italiane.

Le proposte per intervenire. In Italia esiste una modesta politica a sostegno dei redditi bassi, ma non esiste una politica familiare, con una visione complessiva come avviene in Francia. Le proposte e le soluzioni tecniche per intervenire non mancano e sono note. La soluzione del “Fattore famiglia”, ad esempio, cerca di superare le disuguaglianze, pur conservando il sistema fiscale attuale. Il “quoziente familiare” – incluso nel programma del governo – prende come riferimento di base il reddito familiare e realizza una reale equità orizzontale e di capacità contributiva, che l’attuale sistema di detrazioni non scalfisce.

Il quoziente è un meccanismo semplice che non dipende dalla benevolenza della maggioranza di turno di governo. Un esempio sconcertante è il limite di reddito considerato per essere considerato familiare a carico, fermo a 2.841 euro dal 1995, con ciò alimentando il lavoro nero e precario dei giovani. Finora la politica non ha dato ma ha preso alla famiglia, come è avvenuto con la manovra sulle aliquote Inps nel 1996 per finanziare la riforma delle pensioni, per un importo, prelevato dalla gestione degli assegni familiari, degli asili e della Gescal, pari a 8,5 miliardi all’anno (a prezzi 2008).

La verità sul «quoziente». Due indispensabili precisazioni finali. Non corrisponde ai fatti che il quoziente familiare diminuisce la partecipazione delle donne al mercato del lavoro: la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è stata in tendenziale aumento sia in Francia, dove opera il quoziente familiare, sia in Italia dove invece non esiste. Non corrisponde alla realtà che il quoziente familiare favorisce i redditi elevati, perché in Francia il beneficio fiscale viene annualmente plafonato. Supponiamo che nel 2011, in Francia, una coppia sposata con un figlio (2,5 parti) abbia un reddito imponibile pari a X e un’imposta, calcolata sulla base del quoziente, pari a Y. Supponiamo che senza tener conto del figlio l’imposta sarebbe di Z. La differenza d’imposta è pari alla differenza Z-Y, ma il beneficio d’imposta dovuto al quoziente in Francia per il 2011 è plafonato a 2.336 euro e di conseguenza l’imposta finale sarà uguale a (Z-2.336), invece che Y.

La crisi strutturale che l’Italia sta attraversando ha la sue radici in un drammatico squilibrio generazionale, che paradossalmente va a danno dei pochi giovani, e nell’ulteriore paradosso di una diminuzione della produttività del lavoro nonostante l’ingresso nel paese di milioni di giovani immigrati. Il primo “decennio perduto” ha registrato di conseguenza una diminuzione netta del prodotto pro-capite e se si continuerà a ignorare la famiglia come soggetto centrale per le opportunità di ripresa del paese, vi è il rischio che il prossimo decennio non sia migliore.

Luigi Campiglio da Avvenire