di Massimo Introvigne da La Bussola Quotidiana
Il solito quotidiano la Repubblica, seguito da molta stampa italiana e da una parte della politica di centro-sinistra, ha lanciato una campagna contro la RAI, colpevole di avere omesso di trasmettere – nella programmazione in corso, al mattino, del telefilm Un ciclone in convento – l’episodio Romeo e Romeo, che mostra il matrimonio tra due omosessuali celebrato dal sindaco dell’immaginario paese bavarese di Kaltental nella cappella del locale convento di suore.
Una premessa: seguo da molti anni la serie Un ciclone in convento, arrivata con l’episodio incriminato alla decima stagione, mentre in Germania è già in corso l’undicesima. Prodotta dalla TV di Stato tedesca, nel Paese di origine è un fenomeno di culto che raccoglie per ogni puntata da cinque a dieci milioni di spettatori.
È tra le poche serie televisive – con Don Matteo in Italia e I racconti di Padre Dowling negli Stati Uniti – a mettere in scena preti e suore. Come li tratta? In genere, con molto rispetto. La lunghissima serie vive della contrapposizione fra le suore e il sindaco di Kaltental, il tipico politico maneggione che vuole impadronirsi dello storico convento per i suoi affari. Alcolista e donnaiolo, il sindaco ha però un fondo di umanità e di bontà e, quando è a un passo dal compiere azioni davvero cattive, finisce sempre per farsi convincere dalle suore e per fare, più o meno controvoglia, del bene.
Nel corso della serie si alternano due superiore del convento, prima la più anziana sorella Lotte – che però aspira a tornare alle sue missioni in Africa -, quindi la giovane sorella Johanna , bellissima ex danzatrice classica berlinese di cui il sindaco naturalmente s’innamora, non ricambiato, dando origine a numerose scene comiche. Da Monaco vigila la madre generale – che appare l’ultima volta proprio nell’episodio tagliato dalla RAI, perché l’attrice che la interpreta è morta -, apparentemente fredda e severa ma in realtà tormentata e attratta da un ex campione del calcio – la sua grande passione -, un personaggio ispirato al fuoriclasse del Bayern Monaco Franz Beckenbauer.
Ma questa vicenda – e altre di suore che lasciano l’abito – sono trattate con delicatezza, rispetto e spazio a voci che ribadiscono la verità profonda della vocazione religiosa. E, mentre la politica è corrotta o ridicola, sono le suore a farsi carico delle miserie e dei problemi del paese. Semmai, nelle prime stagioni sorella Lotte fa qualche battuta di troppo, un po’ New Age, sulla bellezza dei modi di meditare africani, e la comprensione verso i divorziati risposati rischia di degenerare in buonismo, senza però che si contesti la dottrina della Chiesa. Con i tempi e i programmi che corrono, si trattava ancora di difetti accettabili.
La caduta è avvenuta proprio sugli omosessuali. Per non farsi accusare di bigottismo sembra proprio che tutte le serie televisive debbano mettere in scena coppie dello stesso sesso. Già nella settima stagione Kaltental si era dotata della sua obbligatoria poliziotta lesbica, con relativo bacio già a suo tempo censurato dalla RAI. Ora il matrimonio di due uomini è celebrato addirittura nella cappella delle suore.
Gli autori tedeschi hanno ricordato che il matrimonio omosessuale celebrato dal sindaco è legale e consueto in Germania. E hanno obiettato ai critici italiani che la loro serie non è anticattolica, al contrario. È vero. Le suore di Kaltental rappresentano la misericordia che incontra la persona nelle sue circostanze anche più ambigue e discutibili. Ad altri – le gerarchie ecclesiastiche, mai peraltro raffigurate in modo ostile – spetta rappresentare le esigenze della verità e della giustizia.
Ma l’episodio Romeo e Romeo è diverso. Le suore non si limitano a offrire ascolto e misericordia a chiunque, ma aprono la loro cappella per un matrimonio omosessuale, vi partecipano e fanno festa. Non si tratta più di misericordia verso il peccatore ma di tolleranza, anzi di promozione istituzionale di qualche cosa che la Chiesa chiama peccato. E se è vero che i sindaci celebrano regolarmente matrimoni omosessuali in Germania, è anche vero che non lo fanno in conventi cattolici con un contorno di suore festanti. Per quanto il matrimonio sia officiato dal sindaco e non da un prete, si crea qui un’ambiguità che è inaccettabile e perfino offensiva per i cattolici.
Tanto più lo è in Italia, dove per fortuna il matrimonio omosessuale non c’è ancora. E dove Un ciclone in convento ha un pubblico di bambini, certo esposti a una dose ormai quotidiana di omosessuali in TV ma a loro volta non abituati ad associare le coppie gay alle suore e ai conventi.
La RAI ora non dovrebbe avere paura di avere avuto coraggio, trincerandosi dietro a risibili spiegazioni che citano esigenze di programmazione e la necessità di tagliare una puntata – chissà perché proprio quella – per fare spazio ad altri programmi. La televisione di Stato dica francamente che un matrimonio gay in un convento di suore offende i cattolici che pagano il canone. E che, oltre ai diritti delle minoranze, un servizio pubblico deve rispettare i diritti delle maggioranze. Forse rendendo giustizia anche a Un ciclone in convento, che ha avuto puntate di eccellente televisione e anche di seria riflessione sulla vita religiosa. È una serie che non merita di essere degradata a icona del politicamente corretto o a ennesimo randello da usare per le campagne anticlericali di la Repubblica.