di Sergio Soave
Tratto da Italia Oggi il 27 febbraio 2010

Gianfranco Fini, per sintetizzare le sue critiche all’orientamento politico del Popolo della libertà, ha sostenuto che la sua elaborazione è «indietro» rispetto a quella degli altri principali partiti di raccolta dei moderati europei.

Il riferimento va, a quel che pare di capire, a due questioni, quella della difesa della vita, che attiene soprattutto alla legislazione sull’aborto e della procreazione assistita e a quella sull’eutanasia, e alla politica da attuare nei confronti dell’ondata migratoria. Sul secondo tema, quello dell’accoglienza e dell’integrazione dell’immigrazione legale, in realtà le posizioni prevalenti nel Popolo della libertà non sono affatto dissimili da quelle dei gaullisti francesi, dei democristiani tedeschi o dei conservatori britannici, almeno se si considerano le scelte concrete e non qualche generico quanto inefficace appello puramente retorico. Per la naturalizzazione in Francia e in Germania sono vigenti o progettate misure molto stringenti, in Gran Bretagna l’opposizione conservatrice denuncia il fallimento della politica della promozione delle comunità di immigrati tipica della fase laburista e persino la Spagna socialista inseverisce le già rigide misure di contenimento dell’immigrazione. È vero invece che sulle questioni della difesa della vita esiste una specificità italiana, ma fa una certa impressione constatare che sia un leader nazionalista a considerare un difetto o addirittura un «ritardo» un carattere specifico che affonda le sue radici proprio nella tradizione e nella cultura nazionale. L’idea che esista una freccia della storia alla quale prima o poi tutte le esperienze finiscono per uniformarsi è un concetto assai obsoleto, che, nato in forme ingenue e ottimistiche con l’illuminismo ha poi originato forme cupe di determinismo sociale o razziale che hanno devastato la storia del secolo scorso, come ha più volte ricordato proprio Fini. Oggi quel determinismo si ripresenta sotto forma di scientismo, affermando il principio che tutto ciò che è tecnicamente possibile è in modo automatico moralmente lecito. Pensare che questo principio sia «progressista», nel senso di una freccia della storia ineluttabile, può essere un modo per allacciare relazioni con ambienti culturali lontani, il che può far parte di un legittimo calcolo politico e di popolarità personale, ma non rende giustizia al valore, almeno altrettanto rispettabile, di posizioni che rifiutano il determinismo in nome della libertà e della responsabilità personale, che del determinismo deresponsabilizzante sono l’esatto opposto.