In un caso su tre la morte avviene senza richiesta o consenso del paziente


di Paul De Maeyer

ROMA, martedì, 22 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Ad inizio marzo, il parlamento italiano dovrebbe votare la proposta di legge sulle cosiddette “dichiarazioni anticipate di trattamento” o DAT. Il progetto relativo a queste “volontà anticipate” o anche “testamento vitale” chiude la porta all’eutanasia passiva e all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali. In seguito al caso di Eluana Englaro – la donna di Lecco per 17 anni in stato vegetativo, morta il 9 febbraio del 2009 dopo la sospensione della nutrizione assistita su richiesta del padre, Beppe Englaro -, il testo esclude inoltre il ricorso ad eventuali orientamenti espressi dal paziente al di fuori delle modalità stabilite dalla legge.

Mentre i sostenitori della “dolce morte” e del suicidio assistito definiscono il disegno di legge sul biotestamento “proibitivo”, “illiberale” e persino “liberticida”, da uno dei pochi paesi europei dove l’eutanasia è stata legalizzata, il Belgio (dal 2002), provengono notizie che invitano ad una profonda riflessione e dimostrano tra l’altro quanto sia reale il rischio di abusi o derive.

Nel regno – senza governo da circa 250 giorni ormai, un “record” -, la formula delle “dichiarazioni anticipate di eutanasia” non sembra suscitare molto entusiasmo. Come ha riferito sabato 19 febbraio il quotidiano Le Soir, a fine 2010 erano state registrate presso le autorità competenti – l’SPF (Servizio Pubblico Federale) Salute Pubblica – 24.046 di queste dichiarazioni, delle quali tre quarti nelle Fiandre, cioè la parte settentrionale e anche più popolosa del paese. Nel corso del 2010 sono state registrate inoltre “solo” 8.000 nuove dichiarazioni, ossia una media settimanale di 170, una cifra ritenuta troppo bassa. Per il quotidiano di Bruxelles, a frenare la divulgazione della prassi sarebbe l’obbligo di recarsi presso i servizi pubblici accompagnato da due testimoni di età adulta e inoltre il fatto che il documento va rinnovato ogni cinque anni per essere valido.

Uno sviluppo ben più preoccupante è quello segnalato il 25 gennaio scorso da Wesley J. Smith, noto oppositore all’eutanasia e al suicidio assistito. Nel suo blog Secondhand Smoke, sul sito della rivista statunitense First Things, Smith ha richiamato infatti l’attenzione su un progetto presentato nel dicembre 2010 da tre trapiantologi belgi – i professori Dirk Ysebaert, dell’Università di Anversa (UA), Dirk Van Raemdonck, dell’Università Cattolica di Lovanio (KUL) , e Michel Meurisse, dell’Università di Liegi (ULg) – durante un simposio sulla donazione e il trapianto di organi nel paese, organizzato dall’Accademia Reale di Medicina del Belgio.

Nella loro presentazione in PowerPoint, intitolata “Organ Donation after Euthanasia. Belgian experience: medical & practical aspects” e scaricabile da Internet [1], i tre medici hanno proposto una serie di linee guida per inquadrare il prelievo di organi per trapianti da persone morte per eutanasia. Come spiegano gli autori, esattamente il 20% o un quinto (cioè 141 su 705) delle persone che nel 2008 hanno scelto ufficialmente l’eutanasia in Belgio soffriva di disturbi neuromuscolari. Poiché si tratta di pazienti con organi di una qualità relativamente “alta”, rappresentano dunque una categoria di potenziali donatori da prendere in considerazione per combattere la penuria di organi in Belgio e gli altri paesi membri dell’organizzazione Eurotransplant. Secondo i tre accademici belgi, che chiedono comunque una “stretta separazione” tra la richiesta e la procedura dell’eutanasia e poi il prelievo, “la donazione di organi dopo l’eutanasia è fattibile”. D’altronde, così ribadiscono, “il forte desiderio di un paziente di donare non va negato”.

La proposta dei tre medici non è campata per aria ma basata – come suggerisce il titolo della loro presentazione – su una prassi già esistente. La letteratura scientifica menziona infatti almeno quattro casi di pazienti morti per eutanasia in Belgio a cui sono stati prelevati organi per trapianti. Un caso è quello trovato da Wesley Smith sulla rivista Transplantation di una donna non terminale ma caduta in uno stato detto “locked-in”, una condizione nella quale la persona è perfettamente cosciente e sveglia ma si trova nell’incapacità di comunicare perché completamente paralizzata. Dieci minuti dopo il decesso procurato della donna, dichiarato da tre medici diversi ed avvenuto in presenza del marito, le sono stati tolti il fegato e i reni.

“E’ un terreno molto pericoloso, reso ancora più infido da medici, coniugi e da una rispettata rivista medica, quello di avvalorare le idee secondo cui è meglio essere morti che handicappati e che dei pazienti viventi possono, in sostanza, essere considerati una risorsa naturale da uccidere e da sfruttare”, così osserva Smith sempre sul suo blog Secondhand Smoke (First Things, 8 maggio 2010).

L’organizzazione Eurotransplant – la rete europea che unisce i centri trapianti del Benelux (Belgio, Lussemburgo e Olanda) e di Austria, Croazia, Germania e Slovenia – ha reagito con preoccupazione alla notizia. Da parte sua, l’eurodeputato e portavoce della CDU (il partito democristiano della cancelliera tedesca Angela Merkel) per le questioni bioetiche, Peter Liese, ha messo in guardia contro il pericolo che venga esercitata una “pressione sottile” sui pazienti affinché donino i loro organi (Die Tagespost, 12 febbraio).

Che il “modello belga” si sta incamminando sul cosiddetto “piano scivoloso” o “slippery slope” lo dimostrano d’altronde altri due studi pubblicati l’anno scorso, il primo a maggio sul Canadian Medical Association Journal (CMAJ) e il secondo ad ottobre sul British Medical Journal (BMJ).

Il primo studio rivela che quasi un terzo (il 32%) dei casi di “morte medicalmente assistita” nella regione delle Fiandre avviene senza richiesta o consenso del paziente. In più della metà di questi casi – il 52,7% – la persona cui è stata applicata l’eutanasia, senza la sua esplicita richiesta, aveva 80 anni o più.

Dalla seconda inchiesta emerge inoltre che appena la metà (il 52,8%) di tutti i decessi per eutanasia nelle Fiandre è stata comunicata all’organismo competente, la Commissione Federale di Controllo e di Valutazione, anche se la legge richiede di farlo. Colpisce inoltre il fatto che in quasi la metà dei casi non segnalati (il 41,3%) la procedura dell’eutanasia è stata eseguita da un infermiere in assenza di un medico. La legge belga prevede invece che esclusivamente un medico può praticare l’eutanasia.

Comunque, per i sostenitori dell’eutanasia l’attuale legge belga – anche se ritenuta “ben funzionante” – non è ancora sufficiente. Non solo un esperto in cure palliative, il professor Wim Distelmans, della Vrije Universiteit Brussel (VUB), ha lanciato di recente un appello per creare in Belgio una vera e propria “clinica dell’eutanasia” (De Morgen, 22 gennaio), ma aumentano le richieste di estendere l’eutanasia anche ai minori, legalizzando in questo modo una prassi già ben radicata. Lo ha rivelato uno studio reso pubblico nel marzo del 2009 sull’American Journal of Critical Care (AJCC): in cinque delle sette unità di cure intensive pediatriche del Belgio i casi sono stati almeno 76 nel biennio 2007-2008.

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1) http://www.scribd.com/doc/47509584/Organ-Donation-After-Euthanasia