«La teoria cattolica era la quintessenza della semplicità. Il cattolico poteva dire con San Gerolamo: “Sono in comunione con Sua Santità, ossia il soglio pontificio. So che su questa roccia si regge la Chiesa”. La teoria cattolica era coerente, quella anglicana no». Così scriveva, ai primi del ‘900, Robert Hugh Benson, figlio di uno delle più importanti personalità dell’anglicanesimo, cioè dell’arcivescovo di Canterbury, nelle sue Confessioni di un convertito, un vero e proprio diario di un lungo e doloroso travaglio dello spirito e della mente, della fede e della ragione, che lo ha condotto a lasciare la confessione anglicana per abbracciare quella cattolica.

Come Benson, e come Newman prima di lui, quasi un terzo dell’episcopato anglicano, con centinaia di migliaia di fedeli al seguito, ha chiesto alla Chiesa di Roma di poter rientrare in seno al cattolicesimo. Il Vaticano ha annunciato, infatti, la pubblicazione prossima di una Costituzione Apostolica scritta proprio dal sommo pontefice, con cui saranno instituiti degli ordinariati personali (cioè la facoltà di obbedire direttamente al Papa) con cui i chierici anglicani di qualunque grado, compreso quello episcopale, anche se sposati, potranno rientrare in comunione con il soglio pontificio e con la Chiesa cattolica. La disposizione davvero sensazionale non deve tuttavia sorprendere nel merito, per vari motivi.


In primo luogo: sembra non già avviarsi alla conclusione lo scisma voluto da Enrico VIII nella prima metà del XVI secolo
, ma avvicinarsi ad una rapida soluzione la divisione dei cristiani che, da quando il cristianesimo è sorto, sono stati sempre cattolici, tranne qualche sparuto gruppo che di tanto in tanto ha riscosso qualche successo in senso contrario. Per rendersi conto della cattolicità originaria del cristianesimo è sufficiente frequentare le tonnellate di scritti dei padri della Chiesa, che nella messa in evidenza della cattolicità si sono sempre ampiamente distinti.


In secondo luogo: l’iniziativa dimostra quanto fragile sia la piattaforma dottrinale che sostiene molte di quelle confessioni che si sono separate da Roma
. Se il cristianesimo rappresenta la morte del figlio di Dio per la redenzione, cioè la vita eterna, di tutti gli uomini, ed in ciò consiste la sua cattolicità, cioè la sua universalità, cattoliche dovranno essere anche le istituzioni che sono state instituite da Cristo per veicolare gli uomini verso la redenzione. Le varie chiese sorte nei secoli con velleità riformatrici, che di fatto celavano scopi particolaristici che a loro volta hanno condotto ad auto-esclusioni localistiche più o meno fortunate, non possono, proprio in funzione della loro a-cattolicità o, addirittura, della loro espressa anti-cattolicità, nutrire la speranza di rappresentare la vera Chiesa, il corpo mistico di Cristo, senza cadere in contraddizione con se stesse.


Ecco perché, sempre più spesso, soprattutto durante e dopo il XX secolo, cioè il secolo totalitario, prodromico a quello relativistico che è l’attuale, sempre più esponenti delle varie confessioni non cattoliche
, dopo una necessaria e spesso approfondita e dolorosa riflessione, stanno comprendendo che il cristianesimo o è cattolico o non è. Del resto, molti pensatori, esterni alle strutture ecclesiastiche, hanno evidenziato il carattere grottesco delle confessioni riformatrici. Posto, infatti, che un vero riformatore dovrebbe agire riformando ciò che ritiene opportuno e poi cessare dal ruolo, non si comprende come mai, a seguito della riforma che la stessa Chiesa attua in continuazione su se stessa da quando è sorta tramite i concili, continuino ad esistere culti protestanti o para-protestanti come quello anglicano. In merito, per esempio, Soren Kierkegaard notava opportunamente che «nel cattolicesimo c’è più senso, appunto perché non si è del tutto abbandonata l’imitazione», quella di Cristo. Per il filosofo danese nel protestantesimo, invece, «abolendo l’imitazione e sostituendola con l’interiorità segreta, si è giunti quasi al punto che Cristo non è più l’ideale, il Modello, ma è ridotto ad un’idea», così come, non si può fare a meno di notare, a mera idea è stato ridotto dai culti riformati il corpo mistico, universale, cattolico di Cristo, cioè la Chiesa.


L’esigenza di molti anglicani di riunirsi a Roma si spiega inoltre con l’imbarbarimento non solo del sentimento religioso
, portato tipico di quasi tutta la contemporaneità figlia del titanico nichilismo, ma perfino con lo stravolgimento della stessa essenza strutturale del sacerdozio, quest’ultimo essendo stato esteso in Inghilterra anche alle donne. Nell’anglicanesimo, infatti, per risolvere una presunta discriminazione sessuale, si è compiuta una discriminazione dottrinale, elidendo d’un colpo tutta la tradizione evangelica e teologica sull’instituzione del sacerdozio che per motivi di spazio non può essere qui neanche velocemente riassunta, ma che ciascun cattolico conosce almeno per grandi linee.


Il ritorno di queste comunità anglicane, inoltre, non solo è stato volontario, ma non subordinato da parte della Chiesa di Roma a prove di fedeltà o peripezie d’altra natura
, poiché, essendo quella romana l’unica vera Chiesa, cioè quella cattolica, è sempre aperta a tutti gli incontri e, a maggior ragione, a tutti i ritorni, come insegna la parabola del «figliol prodigo». Al tutto si aggiunga il rapporto di assoluto equilibrio tra fede e ragione che esiste esclusivamente nel cattolicesimo, e che naturalmente non può non sollecitare continuamente un credente che in quanto tale prega e riflette sulla propria fede. Del resto, proprio Benson scrive che «per il cattolico non è importante che l’anima riesca a visualizzare i fatti della rivelazione ed i principi del mondo spirituale. Il punto è che la volontà aderisca all’assenso della ragione. Ma per gli anglicani, la cui teologia è fondamentalmente irrazionale, e per i quali l’autorità, in realtà, non esiste, diventa naturale riporre il centro di gravità sulle emozioni… La ragione, per loro, va soppressa in continuazione, anche nella sua sfera legittima; la volontà diventa egocentrica».


Si comprende benissimo già con i citati sommovimenti nell’anglicanesimo, quindi, ciò che scrisse il cardinal Ratzinger, in un suo saggio del 1991
: «Chiesa è eucaristia. Chiesa è comunione, comunione con tutto il corpo di Cristo. In altre parole: nell’eucaristia non posso in alcun modo voler comunicare esclusivamente con Gesù. Egli si è dato un corpo. Chi comunica con lui comunica necessariamente con tutti i suoi fratelli e sorelle che sono divenuti membra dell’unico corpo. Tale è la portata del mistero di Cristo, che la communio include anche la dimensione della cattolicità». Di ciò si sono resi conto molti anglicani, cioè, in definitiva, sempre con Ratzinger, che la Chiesa «o è cattolica, o non è affatto».

Aldo Vitale

© Ragion Politica – 22 ottobre 2009