Tratto da Il Foglio del 14 aprile 2009

Non c’è nessun paese con un’epidemia generalizzata che sia riuscito a far calare la percentuale di popolazione infettata dall’Hiv grazie alle campagne centrate sul solo uso del preservativo”.

Al contrario,“i casi di riduzione percentuale della trasmissione dell’Hiv pubblicati nella letteratura scientifica sono associati alla pratica di astinenza e fedeltà” in combinazione con l’uso del preservativo. E’ stato l’insospettabile Monde, che il 25 marzo aveva pubblicato una lettera aperta di alcuni scienziati in cui Benedetto XVI era accusato di “insopportabile cinismo”, a ospitare il 10 aprile un intervento firmato da altri autorevoli scienziati che oppone a quell’invettiva i dati della scienza. L’evidenza che gli unici risultati di abbattimento del contagio sono dovuti non all’uso del profilattico, ma a campagne di educazione sessuale, sono apparsi su riviste prestigiose (e laiche) come Science e Lancet. Edward Green, direttore dell’Aids Prevention Research Project dell’Università di Harvard, ha chiarito che non vi è corrispondenza scientifica tra “utilizzo più frequente del preservativo e riduzione del tasso di contagio”.

Il giudizio espresso dal Papa in Africa appare dunque confermato dalla letteratura scientifica. Al contrario, si legge nell’articolo sul Monde, esistono riscontri che i programmi di prevenzione centrati esclusivamente sul preservativo “diffondono un messaggio inadatto, in particolare ai giovani”, che conduce generalmente a un “fenomeno di compensazione del rischio”, noto alla letteratura scientifica, in base al quale “se la gente si sente sicura al cento per cento, ha tendenza a correre rischi maggiori”. Il modo corretto per porre il problema, spiegano gli autori, non è dunque se “il preservativo sia la tecnologia più efficace, ma che non è affatto la prevenzione più efficace”.