C’è chi ti parla al cuore e chi alla testa. Fabio Cavallari, giornalista e scrittore, sceglie una terza via: i suoi libri ti prendono allo stomaco, per poi infiammarti il cuore ed illuminarti il pensiero. Cavallari nei suoi scritti usa la penna per dar voce a uomini e donne che hanno già fatto della loro vita un romanzo: lui racconta “solo”. Storie di vita segnate dal dolore, dalla prova, dalle lacrime (pensiamo a Vivi – storie di uomini e donne più forti della malattia; Enrico Zanotti – la politica che lascia il segno; Volti e stupore – uomini feriti dalla bellezza). Ma sotto questo strato di sofferenza palpita la bellezza di vivere, anzi è proprio il dolore il prisma attraverso cui il gusto di vivere risplende.

L’ultima sua fatica letteraria non sfugge a questa regola. Il grande campo della vita – storie da hospice raccoglie le testimonianze di chi sul campo – il campo della vita appunto – è accanto a quei pazienti terminali che stanno per varcare l’estrema soglia, soglia che li condurrà, come scrisse Giovanni Paolo II, da vita a Vita. Se la nostra esistenza possiamo immaginarla come un grande terreno da coltivare – così ci suggerisce il titolo – allora non ci sarà bravo contadino al mondo che lascerà non dissodato e non seminato anche il limitare estremo del suo podere. La vita può portare frutto sempre e forse, a leggere Cavallari, se non abbandonata a se stessa porta ancor più frutto negli ultimi suoi istanti.

Cavallari, l’anno scorso con Vivi – storie di uomini e donne più forti della malattia
(Lindau) ha voluto raccontare le vicende umane di persone e famiglie che combattono ogni giorno per la vita nonostante patologie estremamente invalidanti. In questi giorni esce nelle librerie un altro suo libro dove ha voluto raccontare i primi dieci anni di attività dell’Hospice Colombus dell’ospedale Sacco di Milano. Si tratta di un passo oltre, del tentativo di voler oltrepassare il confine?

Voglio rispondere con parole non mie. Le volontarie dell’Hospice, che sono figure centrali dell’équipe medica, ripetono spesso una frase: “Non accompagniamo nessuno alla morte. Sino a quando si vive, si accompagna alla vita”. Questa non è una sottolineatura che hanno imparato in qualche corso di formazione, od una litania laica ispirata ad una profonda convinzione religiosa. No, le loro parole sono l’esperienza di un vissuto che travolge, lascia attoniti, diventa maestro e allievo. Dentro le pagine di questo libro ho voluto raccontare un’esperienza.  Mi preme far presente che non è la morte ad essere messa sotto osservazione e neppure un’astratta idea di autodeterminazione. Tra le pieghe di queste storie, è la vita che nelle sue manifestazioni più infinite vuole essere narrata. Rabbia, ironia, liberazione. Vissuti e incontri, passioni e attese, al centro sempre l’uomo, la persona in tutta la sua ampiezza.

In Hospice si giunge quando ogni terapia attiva non è più possibile. Quindi di che cure stiamo parlando?

Oltre alla terapia del dolore, gli operatori si dedicano con particolare impegno al sostegno psicologico, religioso e sociale. Si tratta di un approccio medico fondato sulla persona e sulla relazione umana, prima ancora che sulla patologia, che permetta ai malati di far emergere la propria personalità e il proprio vissuto. Accompagnare è il verbo principe.  Accogliere, disporsi a ricevere a piene mani. Sono queste le “disposizioni” del volontario. Sedere accanto cioè assistere, ad-sistere, rispettando senza condizioni i modi e i tempi.


Lei insiste sulla volontà di raccontare, di porgere una narrazione, ma così facendo, soprattutto per una tematica così delicata, non si rischia di cadere nella retorica emotiva del dolore?

Si possono raccontare storie, vicende umane, cammini difficili e aneddoti in grado di turbare l’emotività del lettore. E’ possibile rifugiarsi in verità pressoché inconfutabili, affidarsi a dotte sottolineature scientifiche, lasciarsi guidare da precise puntualizzazioni mediche. Tutto potrebbe risultare perfetto, intellettualmente ineccepibile, privo di ombre o macchie oscure. In realtà, nella migliore delle ipotesi, saremmo solo al cospetto di una buona narrazione astratta. Ciò che non è possibile produrre per ipotesi è la proiezione di sé fuori dalla condizione data. Quanto non è pensabile immaginare è il “passo” del malato, di colui che davanti a sé ha il destino terreno, segnato dalla parola “fine”. E’ la realtà che sfugge a tutte le sue determinazioni razionali. E’ l’umano inafferrabile. Noi che porgiamo il racconto, che vantiamo la pretesa di offrire uno sguardo su quella parte di cielo adombrata dalle quotidiane mondanità, possiamo solo metterci a lato, lasciare che la realtà s’imponga, senza lasciarci fagocitare dall’immagine che di essa ci siamo costruiti. Nel “Grande campo della vita” ho voluto raccontare il vivere, la fatica e la gioia di uomini e donne che ogni giorno e senza proclami, compongono un inno all’esistenza.

Cosa ha voluto dire per lei, da un punto di vista personale ed umano,  entrare in un Hospice?

Varcare la soglia di un Hospice significa spogliarsi di ogni incrostazione, accogliere la limitatezza della propria ragione, sospendere ogni anelito consolatorio, o il tentativo di emettere giudizi.

di Tommaso Scandroglio da La Bussola Quotidiana