di Elisabetta Galeffi
Tratto da La Bussola Quotidiana

Farah è una ragazza cristiana, cattolica, di 23 anni che vive nel sud del Punjab, a Rahim, in Pakistan.

Frequentava il primo anno di college per diventare infermiera professionale presso il dipartimento di ortopedia del Sheikh Zaid Medical College, il 7 maggio 2011 è stata rapita.

Si conosce anche il nome del suo rapitore, Zeeshan Ilyas, un musulmano che lavora da bancario. La famiglia di Farah ha immediatamente capito cosa era successo: un rapimento a scopo di matrimonio forzato. Non ha perso tempo e ha riportato il caso alla divisione di polizia di Rahim, ma il capo della polizia ha rifiutato il caso. Con il sostegno della comunità cristiana, la famiglia di Farah è riuscita a fare allora accettare il caso dal dipartimento di polizia distrettuale, ma, inspiegabilmente, il comando ha deciso di arrestare i fratelli del colpevole e non lui.

E poi, senza che a Farah sia stato concessa la possibilità di vedere neppure per un attimo alcun membro della sua famiglia, arriva la richiesta della giovane di volersi presentare al tribunale locale per rilasciare una dichiarazione: un atto legale per dire che il suo non è da considerarsi un rapimento, ma una fuga per sposarsi con Zeeshan e per convertirsi all’islamismo. «Legalmente», spiega l’avvocato pakistano Yar Khan, «quando una dichiarazione del genere è rimessa di fronte a una corte di giustizia, il giudice manda via tutti in presenti in tribunale e rimane solo con chi dovrebbe firmare la dichiarazione; ma in questo caso non si è riusciti a liberare l’aula del tribunale da coloro che proteggono e supportano il “probabile” rapitore».

La madre di Farah ha riferito che la firma della ragazza apposta in calce alla dichiarazione non corrisponde alla grafia della figlia e che quindi non può essere autentica, peraltro non essendo vergata in inglese cioè nell’unica lingua in cui ella ha sempre scritto.

Anche in tribunale è stato impedito alla madre e ai fratelli di avvicinarsi a quella che è stata presentata loro come Farah: il velo e il lungo vestito che coprivano completamente il corpo della ragazza, lasciandole liberi solo gli occhi, nascondevano i segni delle percosse. Per tutta la durata dell’udienza, la ragazza non ha peraltro pronunciato una sola parola. Del resto, all’agenzia missionaria Fides mons. Lawerence Saldanha, arcivescovo emerito di Lahore, ha peraltro detto «che sarà quasi impossibile che la ragazza possa tornare alla sua famiglia. Troppe sono le pressioni contro i cristiani ai funzionari di polizia pakistana».

Nel rapporto annuale sulla condizione delle minoranze religiose in Pakistan presentato dal Jannah Institute di Karachi è documentato il progressivo deteriorarsi della condizione in cui nel Paese vivono i credenti di fedi diverse da quella islamica e l’aumento dell’estremismo. A dare la notizia ai media internazionali,

Ne ha dato notizia alla stampa internazionale la presidente dell’istituto, la deputata pakistana Sherry Rehman, islamica, che nei mesi scorsi ha presentato una proposta di legge per modificare la vituperata “legge sulla blasfemia” e che per questo oggi vive sotto scorta, oggetto di continue minacce di morte. Nel rapporto sono riportati «casi e testimonianze di fenomeni preoccupanti di violenze di massa contro intere comunità appartenenti a gruppi di minoranze religiosa, attacco ai luoghi di culto, ostacoli per i cittadini non mussulmani per trovare lavoro o per i ragazzi, recarsi a scuola, le conversioni forzate sono all’ordine del giorno».

Quanto a Farah, il responsabile per la difesa delle minoranze nel sud del Punjab, il cristiano Karam Michael, ha profuso diversi tentativi per portarne il caso all’attenzione dell’opinione pubblica pakistana, invitando la famiglia della ragazza a recarsi a Lahore. Ma nel frattempo la polizia del villaggio di Rahim ha emesso un mandato di cattura contro due dei fratelli della ragazza.

«A volte un giudice decide di tenere in prigione un accusato, perché accordargli la libertà anche in presenza di prove a sua discolpa, metterebbe a rischio la sua vita»: così commenta il pastore Azariah, reverendo protestante di Rawind, che testimonia la totale incapacità dimostrata dal sistema giudiziario pakistano e della sua polizia nell’imporre il rispetto della giustizia.

Sono 13 anni che in Pakistan non viene effettuato il censimento della popolazione. Il più recente, del 1998, stabilisce che su una popolazione di 140 milioni di abitanti solo l’1, 5% dei pakistani è cristiano, tra l’altro fortemente concentrato nelle provincie del Punjab, nell’area di Sialkot, Faislabad, Guiranwala, Lahore e Raiwind.

Nella zone in cui abita, che è pure quella dove vive la maggioranza della popolazione cristiana, il rev. Azariah ha quindi organizzato momenti ecumenici di preghiera: «I fedeli delle nostre chiese sono pochi, ma tutti assieme è più facile pagare il servizio di sicurezza necessario per le nostre chiese, i nostri istituti religiosi e le nostre scuole. I servizi di sicurezza costano molto e sono, purtroppo, assolutamente, necessari».