di Francesco D’Agostino
Tratto da Avvenire del 22 agosto 2009

Gli anglosassoni lo chiamano ‘ slippery slope’, cioè ‘ pendio scivoloso’.

Chiunque va in montagna, sa che mettere i piedi su un pendio scivoloso è  pericolosissimo: il rischio di scivolare è enorme e quando si comincia a scivolare non ci si ferma più: si rotola a valle, fino in fondo, e difficilmente si salva la pelle. Così in bioetica si parla di pendio scivoloso quando si legittimano pratiche estreme, ai confini della legalità giuridica e della liceità morale; pratiche che inevitabilmente fanno perdere, per dir così, l’equilibrio del giudizio etico e aprono la via a pratiche ulteriori, che all’inizio mai si sarebbe pensato potessero essere giustificate.

Qualche esempio? Ai primordi della discussione sulla fecondazione assistita, si riteneva lecito produrre embrioni in provetta solo a fini procreativi, e non a fini di ricerca. Poi (primo passo del pendio scivoloso) si è cominciato a legittimare l’uso ai fini di ricerca degli embrioni ‘ sovrannumerari’, prodotti sì a fini procreativi, ma non più utilizzati a tale scopo o non più utilizzabili. Ma non ci si è fermati qui: poiché gli embrioni soprannumerari sono troppo pochi per le esigenze degli scienziati e comunque sempre di mediocre qualità, perché non produrne direttamente, al di fuori di pratiche procreative, per il bene della scienza? Questo il secondo passo del pendio scivoloso. A questo punto i passi ulteriori non si contano più: perché non incentivare la produzione di embrioni, offrendo laute ricompense alle donne disposte a ‘ donare’ (sic) i loro ovociti? E perché non utilizzare, per produrre embrioni, ovociti animali, che, rispetto a quelli umani, sono a costo pressoché zero? Ad ogni passo compiuto lungo il pendio scivoloso, la corsa verso il basso si fa sempre più veloce e sempre più eticamente aberrante.

Nelle questioni che concernono la fine della vita umana il problema è esattamente lo stesso. Assecondando discutibilissime ‘ fughe in avanti’ bioetiche, alcuni Paesi (l’Australia del Nord per prima, l’Olanda, il Belgio e altri ancora) hanno cominciato ad approvare legislazioni aperte all’eutanasia, fondate su giustificazioni diverse, tutte caratteristicamente ‘ oblique’. «Ognuno è signore della propria vita e il desiderio di essere aiutato a morire va sempre rispettato!» : quante volte abbiamo sentito questo slogan, che ha vistosamente preso il posto del classico (e più umano) argomento a favore dell’eutanasia, quello della pietà, che dovrebbe indurre a porre subito un termine alle terribili sofferenze dei malati terminali. Così si è entrati, lentamente, nel pendio scivoloso. Se il principio etico è quello secondo cui le sofferenze vanno abbreviate sempre e comunque, perché non intervenire anche sui malati non terminali? E ancora: perché limitarsi, con l’eutanasia, a combattere le sofferenze fisiche e non anche quelle psichiche o psicologiche dei malati? Se si deve rispettare sempre la volontà del malato, perché imporre tanti vincoli formali al suo accertamento?

Perché questa volontà dovrebbe essere espressa e non potrebbe essere presunta, in base a prove di qualsiasi tipo, o surrogata dalla volontà di un ‘ fiduciario’ o essere dedotta da comportamenti inequivocabili? Il tentativo di suicidio non dimostra senza ombra di dubbio la volontà di morire dell’ aspirante suicida?

Potremmo andare avanti a lungo, mostrando in quanti modi si può rotolare lungo il pendio scivoloso. Quando ci si fermerà? Chi può dirlo?

Contro la tragica tentazione di intervenire e di ‘ farla finita’, che tormenta in particolare medici e infermieri, non esiste un antidoto risolutivo, anche perché (tranne rari casi veramente aberranti) chi pratica l’eutanasia è convinto di farlo non per egoismo, ma per altruismo. Ma è un altruismo oggettivamente pericolosissimo, perché erode dall’interno il rispetto per la vita, cioè il primo, il più intuitivo, il più prezioso di tutti i sentimenti morali. Ippocrate aveva perfettamente percepito quanto rilevante fosse la posta in gioco, quando stabiliva che in nessun caso il medico avrebbe usato il suo sapere per favorire la morte, anziché la vita.

Nessun passo indietro rispetto al giuramento di Ippocrate è lecito, se medici, infermieri, operatori sanitari in genere vogliono che li si continui a guardare in faccia con fiducia e non con sospetto. Riuscirà il legislatore, che da mesi si sta affaticando per mettere a fuoco una buona legge sulle dichiarazioni di fine vita, a ribadire normativamente questo principio limpido ed essenziale, senza lasciare nessun margine di equivoco e di ambiguità ai fin troppo numerosi fautori dell’eutanasia, che si sono moltiplicati purtroppo anche in Italia?