«Il moderno razzismo nutre rancore contro la Chiesa poiché essa non vuole cadere in ginocchio dinanzi al suo idolo, la nazione, e adorarlo». Queste parole, pronunciate da Alojzije Stepinac nel 1938 a Zagabria disegnano un ritratto controcorrente dell’arcivescovo: e correggono le interpretazioni unilaterali di una certa storiografia che ha descritto il pastore come nazionalista, antisemita e sodale del governo di Ante Pavelic e dei crimini compiuti dagli ustascia tra il 1941 e il 1945. Il merito di questa revisione è del film Possono rubarci tutto, l’anima mai, realizzato dal liceo scientifico “G. Marconi” di Pesaro e in proiezione oggi a Bologna nell’ambito della Festa della storia. Ricco di testimonianze il Dvd getta nuova luce sui rapporti tra l’arcivescovo e gli ebrei. «Durante l’occupazione nazista – racconta ad esempio Amyel Shomrony, segretario del rabbino capo di Zagabria – Stepinac protesse in diversi modi gli ebrei, che altrimenti sarebbero stati vittime della politica antisemita dei nazisti e dei loro collaboratori ustascia. L’arcivescovo si adoperò inoltre perché gli ebrei non portassero al braccio il distintivo di riconoscimento». Gli stessi tedeschi lo definivano in un rapporto al capo della polizia «un grande amico degli ebrei».

Da parte sua, nel 1946, il presidente della comunità ebraica degli Stati Uniti Louis Breier dichiarava: «Questo grande uomo della Chiesa è stato accusato di essere un collaboratore nazista. Noi ebrei lo neghiamo». Nonostante questi riconoscimenti la Suprema Corte israeliana ha rifiutato per ben due volte la richiesta di inserire il nome di Stepinac tra quelli dei Giusti riconosciuti dal Museo della Shoah di Gerusalemme. «Non è in discussione – affermano Maristella Palac Smiljanka e Paola Campanini, coordinatrici del film – che Stepinac abbia salvato tanti ebrei. Il problema è un altro. Stepinac, come vescovo della Chiesa cattolica, era, secondo il consiglio dello Yad Vashem, protetto dagli ustascia e quindi non ha rischiato la vita. Stepinac inoltre, avendo taciuto, secondo il consiglio, alcuni crimini degli ustascia, è stato considerato collaboratore del regime nazifascista». Purtroppo, proseguono le due insegnanti «questo giudizio è stato espresso sulla base dei documenti (spesso manipolati o nascosti) con cui il regime comunista ha condannato a morte Stepinac come criminale di guerra».

Ma il film, che ha ottenuto il secondo premio del concorso nazionale promosso dall’accordo di rete Storia e memoria, propone un altro elemento. «Dopo aver negato a Stepinac per la seconda volta il titolo di giusto, il consiglio dello Yad Vashem, avendo riconosciuto che egli aveva salvato tanti ebrei, prese in considerazione la possibilità di scrivere almeno una lettera di ringraziamento ai suoi familiari. Neppure tale proposta però fu accettata, perché, essendo Stepinac privo di eredi, la lettera di ringraziamento sarebbe dovuta andare alla Chiesa cattolica». Di conseguenza, è la conclusione delle due docenti «in questo mancato riconoscimento hanno pesato anche i pregiudizi ideologici». Alla ricostruzione aggiunge qualche tassello Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università “G. Marconi” di Roma. «Concordo con il ritratto che di Stepinac fece Spadolini: un arcivescovo che inizialmente concesse qualche protezione agli ustascia ma che poi si accorse strada facendo dell’errore compiuto e prese le distanze».

Ancora prima dell’indipendenza croata, spiega lo studioso, «l’arcivescovo si trova a coordinare tentativi di aiuto agli ebrei oggetto delle persecuzione in Jugoslavia. La sua impostazione era già da allora agli antipodi dell’ultra-nazionalismo e per questo si guadagnò diverse lettere di insulti dai cattolici intransigenti: una di queste sosteneva che l’arcivescovo sotto i panni del prete portava la stella di Davide». Con la nascita nel 1941 della Croazia indipendente, proprio negli anni della presunta collusione con Pavelic, Stepinac si mette in contatto con il rabbino capo di Zagabria per un’iniziativa coordinata che ha lo scopo di salvare gli ebrei dalla deportazione ad Auschwitz. «Un’ anno più tardi – ricorda ancora Napolitano – sarà lo stesso rabbino capo a riconoscerlo. In una lettera a Pio XII usa toni inconfutabili di riconoscenza. Parla di bontà senza limiti da parte della Santa Sede. Parole inspiegabili se non ci fosse stato un impegno in atto della Chiesa croata». Sulla mancata concessione del riconoscimento di Giusto Napolitano svela un retroscena: «Nell’ultimo viaggio fatto in Israele ho cercato di consultare le carte sui Giusti. Ma ho avuto una sorpresa. I casi che non hanno avuto buon esito non sono disponibili.

E su Stepinac c’è un veto totale. Tutto quello che sappiamo su di lui dagli archivi disponibili – conclude – lo assolve. Anche se questo non significa ovviamente che nella Chiesa croata, soprattutto in certi ordini religiosi, non vi fossero tracce di ultra-nazionalismo». È la stessa conclusione a cui giunge il film: «Le accuse pretestuose che vennero rivolte a Stepinac dipendevano dal fatto che le sue parole non erano inquadrabili all’interno di un’ideologia. Stepinac, pur condannando apertamente i crimini compiuti, non condannò mai ufficialmente gli ustascia, che restavano parte integrante del suo gregge. E, pur proteggendo gli ebrei e i serbi, non esitò a criticare i loro medici, quando suggerivano di ricorrere all’aborto, prendendo invece le difese del governo che si opponeva a quella pratica. Egli non ha venduto a nessun potere la sua coscienza».

Stefano Andrini da Avvenire