di Don Antonello Iapicca

Che lo scandalo della pedofilia e gli attacchi al Papa stiano monopolizzando l’attenzione generale fuori e dentro la Chiesa è sotto gli occhi di tutti. Probabilmente è proprio questo lo scacco del demonio, sviare l’attenzione e disperdere le forze. Eppure il Papa continua a viaggiare, seguendo la rotta degli Apostoli, nell’unico e instancabile impulso che ha mosso, da sempre, la Chiesa. Annunciare il Vangelo. Il Papa si commuove e piange, e sono le lacrime di Gesù alla vista di Gerusalemme, ostinata nella chiusura di fronte ai profeti, all’annuncio, al Figlio stesso. Lacrime che han solcato il suo viso assumendo un pentimento e un dolore che tutti ci percuote il cuore. Il peccato più grande, tradire la missione affidata. I peccati più turpi non sono altro che l’ultimo gradino disceso verso l’abisso della dimenticanza. Vengono in mente le parole, tra le ultime, di Giussani: “Del resto, già Eliot aveva qualcosa da dire con una certa sicurezza di sé quando si domandava: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Ma come fa un uomo del mio tempo, un uomo di questo tempo, parlando di cultura, usando la parola cultura, a non tener presente questa frase qui?!…. Innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro… La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo”.

Abbiamo visto le lacrime del Papa e abbiamo pensato a questa vergogna generata da un’altra vergogna, la più grande. Dimenticare Cristo, che è dimenticare l’uomo. La vergogna di annunciarlo fa dimenticare la vergogna di qualsiasi peccato. E’ così, se la Chiesa perde l’orizzonte celeste che ha il profilo di Cristo risorto si trova senza fondamento, rimane come un manipolo di derelitti da compiangere, cadaveri ambulanti che si aggirano tra le periferie della storia in cerca di cibo. E quel cibo è sesso, affetto, alcool, potere, denaro. Per i presbiteri come per qualunque altro uomo, è la sorte di chi abbandona la fonte della Vita. Risuonano, gravi, le parole di Geremia: “Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata. Israele era sacro al Signore, la primizia del suo raccolto… Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me e correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità?Neppure i sacerdoti si domandarono: ”Dov’è il Signore?”. Gli esperti nella legge non mi hanno conosciuto, i pastori si sono ribellati contro di me, i profeti hanno profetato in nome di Baal e hanno seguito idoli che non aiutano… Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua… Israele è forse uno schiavo, o è nato servo in casa? Perché è diventato una preda? Non ti accade forse tutto questo perché hai abbandonato il Signore, tuo Dio, al tempo in cui era tua guida nel cammino? Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me. Sull’orlo delle tue vesti si trova persino il sangue di poveri innocenti, da te non sorpresi a scassinare!” (Cfr. Ger. 2, 1 ss). Cisterne screpolate e idoli muti e impotenti hanno troppo spesso rimpiazzato l’annuncio di Cristo vittorioso sulla morte fatto senza vergogna e pieno di parresia. Con la parola, con i piani pastorali, con l’insegnamento accademico, con l’educazione si è dimenticato l’essenziale, la Roccia della fede. La vita di tanti, troppi, ha annunciato che Cristo non ha potere, che la risurrezione è solo un mito buono forse per consolare come e al pari di tanti altri, religiosi, filosofici o politici; e che occorre ora rimboccarsi le maniche e risolvere e aiutare e mediare e sporcarsi le mani con le ansie ei problemi nuovi della modernità. E’ di ieri la notizia di cinquanta teologi che hanno chiesto le dimissioni del Papa: “Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica”. Troppi hanno sposato il mondo e ne sono stati fagocitati. Scriveva San Paolo parole attualissime: “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede… Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati… Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,12-19). Da compiangere, ecco le lacrime di Benedetto XVI, il dolore per il peccato, per le sofferenze delle vittime, ma, soprattutto, l’angoscia per chi, ha dimenticato l’amore della sua giovinezza, Cristo, e con Lui ha perduto la fede. Per questo due statistiche che compaiono oggi sui media ci inducono nuovamente a rimettere al centro l’essenziale, quello che le nubi di questi tempi stanno occultando. Sono come un grido d’aiuto che sale dalle pieghe della società: la famiglia sta andando in frantumi, ed i giovani han perduto la fede. “In questi sei anni i giovani non credenti o agnostici sono passati dal 18,7 al 21,8%, i «credenti che non si identificano in una Chiesa» come det­to dal 12,3 al 22,8%, i «cattolici praticanti» dal 18,1 al 15,4%. Se negli ultimi sei anni è cresciuta dal 10 all’11,6 la percentuale di giovani che attribuisco­no «moltissima» importanza alla religione, sono calati dal 23,9 al 19,3% quanti danno «molta» im­portanza alla fede, mentre quanti danno «poca» importanza sono passati dal 18,7 al 23,7%. La fiducia nella Chiesa, in fortissimo calo fra i non credenti, si è ridotta an­che fra i praticanti (39%). Altri dati «sembrano in­dicare un processo di ‘tifizzazione’», si legge nel­la ricerca, con la creazione di «gruppi contrappo­sti » pro o contro la Chiesa. Ulteriore polarizza­zione corre sul crinale del rapporto tra scienza e fede: conciliabili, secondo i praticanti, inconcilia­bili secondo i non credenti. Spartiacque incande­scente è poi la bioetica. E non solo fra credenti e non credenti. Anche fra i giovani che si dicono «cattolici praticanti» si segnalano posizioni in con­traddizione con la dottrina: il 28,9% dice sì all’eu­tanasia; il 22,3% all’aborto; il 31,1 alla feconda­zione assistita eterologa; il 21,5 alla pena di mor­te”. E questo vale per l’Italia come per ogni altra parte del mondo. Come dunque non accogliere questo grido, sommero tra le urla mediatici? A nulla varranno le lacrime del Papa se la Chiesa, con lui e come lui, non saprà piangere di compassione sulle vittime della pedofilia certo, ma anche sulla schiera infinita di giovani, adulti e anzani che vagano come pecore senza pastore. Evangelizzare dunque è la strada maestra della conversione, della purificazione e del rinnovamento. Come diceva il Papa a Malta:Per San Paolo vivere era Cristo (cfr Fil 1,21); ogni sua azione ed ogni suo pensiero erano diretti ad annunciare il mistero della croce ed il suo messaggio d’amore di Dio che riconcilia. Quella stessa parola, la parola del Vangelo, ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso…. Invito ciascuno di voi a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione. Vivete la vostra fede in maniera ancor più piena assieme ai membri delle vostre famiglie, ai vostri amici, nei vostri quartieri, nei luoghi di lavoro e nell’intero tessuto della società… “La fede si rafforza quando viene offerta agli altri” (cfr Redemptoris missio, 2). Sappiate che i vostri momenti di fede assicurano un incontro con Dio, il quale nella sua onnipotenza tocca il cuore dell’uomo. Così, introdurrete i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa. Il mondo ha bisogno di tale testimonianza! Di fronte a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia, non hanno forse bisogno i nostri contemporanei di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo? Non ha forse bisogno la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso?”. Testimoniare, evangelizzare, lo zelo diligente che, solo, può purificare la Chiesa ed asciugare le larime
del Papa e del mondo. Così infatti ci illumina la sapienza ebraica attraverso le parole di un Rabbino: “R. Pinehas ben Jair diceva: La diligenza porta all’innocenza; l’innocenza porta alla castità; la castità porta all’astinenza; l’astinenza porta alla purità; la purità conduce all’umiltà; l’umiltà conduce al timore del peccato; il timore del peccato conduce alla pietà; la pietà conduce al santo spirito (ruah haqodesh) e il Santo Spirito ci rende degni della resurrezione dei morti, la quale resurrezione dei morti si compirà a mezzo di Elia». Elia è Cristo, lo sappiamo, il suo carro di fuoco, la Croce gloriosa, ha attraversato i cieli e ci ha dischiuso le porte della Vita. Corriamo dunque ad annunciarlo ad ogni uomo, sino agli estremi confini della terra.