Non parla, sembra non reagire agli stimoli esterni, non si muove. Eppure il suo cervello svolge un’intensa attività, attraverso una fitta rete di connessioni neuronali. Stiamo parlando di un paziente in stato vegetativo o di una qualsiasi persona che dorme?

Forse, a livello di funzionalità del cervello, potrebbe non esserci molta differenza tra i due. È quello che la Fondazione Don Gnocchi, in collaborazione con l’Università di Milano, sta osservando attraverso una ricerca innovativa sperimentale. Finora, infatti, la misurazione della coscienza in pazienti con gravi cerebrolesioni avveniva attraverso la capacità di interagire con l’esterno. Questo, però, sembra non essere un parametro sufficiente. Ad esempio, quando sogniamo, la nostra coscienza è interamente generata all’interno del cervello, pur essendo completamente disconnessi dall’ambiente circostante.

«Nel 2011 ad un convegno ho conosciuto il gruppo di ricerca del dottor Marcello Massimini dell’università Statale di Milano – racconta Guya Devalle, responsabile del nucleo stati vegetativi dell’istituto Palazzolo Don Gnocchi – sono rimasta affascinata dalla sua ipotesi, secondo cui il cervello della persona in stato vegetativo potrebbe avere un blocco nella possibilità di esprimersi. Mi ha fatto venire in mente un familiare di un mio paziente, che continuamente mi chiedeva se avevamo capito qualcosa di quello che stava succedendo.

A volte credo che non sia vero che le persone in stato vegetativo non si esprimono, piuttosto siamo noi che non le capiamo. Così è partito il progetto, che in una fase ha coinvolto anche l’istituto Besta e che attraverso la stimolazione dovrebbe aiutarci a capire qualcosa di diverso rispetto a quello che finora sappiamo di loro».

Lo studio dura un anno, coinvolge 25 persone in stato vegetativo e di minima coscienza ricoverate nella struttura che grazie alla collaborazione con l’Università Statale vengono trattati con un nuovo macchinario, denominato Tme-Eeg: «La tecnica – spiega Mario Rosanova, ricercatore del team che ha elaborato il progetto – combina la stimolazione magnetica transcranica, l’elettroencefalogramma, in grado di registrare la risposta alla stimolazione e infine un sistema di navigazione che consente di scegliere le aree da stimolare. In questo modo misuriamo un parametro fondamentale di presenza della coscienza, ossia la comunicazione tra le aree cerebrali. Infatti, è possibile che un paziente cerebroleso abbia recuperato la coscienza ma non la capacità di comunicare. Prima di iniziare questa fase, abbiamo testato la stimolazione su persone che dormivano.

Quando sogniamo il cervello ha un intenso dialogo interno, anche in assenza di interazione con l’ambiente. Ed è ciò che vediamo anche in pazienti in stato di minima coscienza, molto difficili da individuare con le tradizionali metodiche perché spesso non in grado di comunicare. Nel sonno profondo e nell’anestesia, invece – prosegue l’esperto – la connettività tra aree corticali è ridotta, lo stimolo non porta un’area a comunicare con le altre, ed è ciò che accade in molti pazienti in stato vegetativo.

Ma è sufficiente un minimo recupero della coscienza, non visibile dall’esterno, per riattivare il dialogo tra le aree corticali». La Fondazione ha aperto una raccolta fondi per acquistare lo stimolatore magnetico transcranico (sms solidale al 45507 fino al 17 marzo) e proseguire il progetto sui propri pazienti, mentre il gruppo di ricercatori ne inizierà un altro all’ospedale Niguarda.

Ilaria Nava da Avvenire