Parla James Sherley, il «luminare» della genetica di Boston che già cura pazienti con le cellule adulte I fallimenti nella pratica sperimentale, la rivoluzione di Yamanaka, il dirottamento dei fondi concessi da Obama, oggi impiegati per altro: le staminali embrionali sembrano ormai solo un ricordo, e non solo negli Usa
di Viviana Daloiso
Tratto da Avvenire del 18 febbraio 2010

Scienziato, genetista. E strenuo difensore della vita. Di James Sherley si è parlato molto, un paio d’anni fa, negli Usa.

All’epoca le cose Oltreoceano andavano diversamente: l’amministrazione Bush aveva idee chiare sull’impiego delle cellule staminali embrionali, i fondi pubblici non venivano utilizzati per quel tipo di ricerca e nei laboratori si faceva ‘muro’, continuando a spingere la causa della distruzione di embrioni quale unica via possibile per guarire le malattie del secolo come Alzheimer e Parkinson. All’apoca Sherley, al Massachusetts Institute of Technology di Boston (il celebre Mit), era fra i pochi a studiare le staminali adulte e soprattutto a rifiutarsi di prendere in esame le embrionali, le sue convinzioni erano ‘scomode’. Fu letteralmente defenestrato, il suo laboratorio chiuso. L’’eretico’ delle staminali, lo chiamavano. Il ‘filo-Bush’. Oggi le cose sono cambiate: i fondi per la ricerca sugli embrioni sono stati ‘liberati’ da Obama, con un colpo di mano che molto ha fatto discutere. Ma le cellule embrionali hanno ormai dimostrato i loro evidenti limiti e anacronismi, i laboratori hanno dirottato studi e progetti sulle riprogrammate. E Sherley, che continua le sue ricerche con profitto in un centro indipendente, non sembra più il folle che lotta contro i mulini a vento.

Professore, che cosa pensa dello stato attuale della ricerca sulle cellule staminali negli Usa e nel resto del mondo?
«Le cose sono cambiate. Fino a qualche tempo fa una piccola porzione dell’intero universo scientifico – concentrato in un numero relativamente piccolo di eccellenti laboratori con a disposizione la maggior parte dei fondi devoluti per la ricerca – manipolava l’attenzione dei media e, di conseguenza, dell’opinione pubblica. La ricerca sulle cellule staminali embrionali sembrava l’unica via possibile, nonostante i suoi evidenti limiti. Primo fra tutti non realizzare i benefici che prometteva».

Dunque conferma che l’impiego degli em­brioni per la ricerca ha avuto esiti fallimenta­ri?
«È proprio così. Non a caso in molti dei laboratori americani – anche se ufficialmente nessuno lo ammetterà mai – i fondi sulla ricerca resi accessibili da Obama vengono oggi utilizzati per la ricerca sulle cellule riprogrammate scoperte da Yamanaka».

Qual è il suo giudizio su quella scoperta?
«Senza’altro si è trattato di una rivoluzione, anche se le cellule ‘ringiovanite’ hanno dimostrato lo stesso limite delle embrionali: quello di non sapersi trasformare in tessuti adulti o ripararli senza innescare delle reazioni ‘avverse’, per così dire, nei tessuti stessi. Su questo aspetto oggi si sta lavorando. Ciò che davvero dobbiamo alla scoperta di Yamanaka è di aver rotto un incantesimo, mostrando alla scienza la possibilità di fare ricerca senza distruggere vite umane».

Che dire invece della ricerca sulle staminali adulte, in cui lei è impegnato?
«Credo da sempre che questa sia la vera via da battere. Da quando sono venuto via dal Mit di Boston, anche a causa della sistematica discriminazione di cui sono stato vittima per la mia contrarietà alla ricerca sugli embrioni, ho compiuto notevoli passi avanti nel mio programma di ricerca, focalizzato sull’impiego delle cellule staminali adulte nella riparazione di tessuti. Insieme al mio team, al Boston Biomedical Research Institute, ora stiamo lavorando con le staminali per produrre cellule del fegato, del pancreas e dei polmoni. Ci riusciamo, e queste cellule servono già per curare i pazienti».

E pensare che – prima ancora di entrare nel merito dell’eticità o meno della ricerca sugli embrio­ni – sembra radicata la convin­zione che sia del tutto ‘antiscien­tifico’ fare senza…
«Per come la vedo io, la questione degli embrioni umani è prima di tutto una questione di diritti umani. La posta in gioco, nel dibattito se sia lecito o no utilizzarli per la ricerca, è altissima: quella di costruire una società che ignori la verità sulla natura umana e su quello che le spetta di diritto, la vita. La sfida degli esseri umani – e anche della scienza – dovrebbe essere quella di realizzare il proprio bene personale tenendo un occhio ben puntato su quello futuro di tutti».

Ci siamo abituati anche a vedere molta poli­tica, e molti interessi economici, dietro le scelte sulle staminali.
«Anche questo è un aspetto ormai evidente dello stato della ricerca. Basti pensare al clamoroso caso delle licenze per la produzione di ibridi in Inghilterra: un ramo della scienza altrettanto fallimentare, (chi ha avuto più notizia degli esiti di quegli studi?) ma grazie al quale diversi quattrini sono finiti nelle casse di laboratori che sembravano condannati a chiudere. E poi alla scelta politica di Obama, qui negli Usa, di dare un segno di discontinuità rispetto al suo predecessore e di accontentare chi lo aveva sostenuto in campagna elettorale. La scienza manipolata dalla politica, tuttavia, non è affatto scienza. E la co-azione di scienza e politica per il conseguimento di determinati obiettivi è aberrante, in ogni società».

Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro?
«Passi avanti! Io sono un ottimista. Le leggi della natura, su tutte quella del rispetto della vita, possono essere anche distorte temporaneamente, ma la scienza stessa finisce per rivelarle. E questo indipendentemente da ogni ragione ideologica, politica o economica».