Anche Robert Lanza ora segue la strada delle «riprogrammate»
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 2 giugno 2009

Ancora un passo avanti nella produzione delle ‘staminali etiche’, le cosiddette Ips, cellule simili alle embrionali che però si possono ottenere senza distruggere embrioni umani, dalla riprogrammazione delle adulte.

Un gruppo di ricercatori è riuscito a produrle con una procedura più sicura di quella utilizzata finora, immergendo cioè normali cellule della pelle in proteine umane, senza utilizzare agenti virali o chimici, potenzialmente pericolosi. Non si tratta, stavolta, di un annuncio estemporaneo a mezzo stampa, ma di un contributo per la rivista Stem Cell.

Fra gli autori della scoperta c’è anche l’americano Robert Lanza, della società Advanced Cell Technology, da sempre in prima linea nella ricerca sulle embrionali umane. In questi anni il suo gruppo, lautamente finanziato, ha tentato diverse strategie per la produzione di staminali embrionali, compresa la creazione di ibridi uomo-animale (tecnica che prevede l’uso di cellule adulte umane e ovociti animali).

Ma nonostante ciò nessuna cellula staminale da embrioni umani clonati è mai uscita dai laboratori della Advanced Cell Technology, che pure è stata fra le società che più si sono avvantaggiate dall’elezione del presidente americano Obama: grazie alle promesse di nuovi finanziamenti a questa ricerca, dopo le elezioni in pochissimi giorni le sue quotazioni sono aumentate di oltre il 200 per cento.

Dalla ricerca di cui si è avuta notizia ieri sembrerebbe però che anche Robert Lanza stia seguendo – con successo, finalmente – la promettente strada delle Ips, come tanti altri suoi illustri colleghi, da Ian Wilmut – il ‘padre’ della pecora Dolly – a James Thompson, che aveva prodotto la prima linea di cellule staminali embrionali umane, entrambi sostenitori convinti del nuovo corso ‘etico’ di questo settore della ricerca scientifica.

Dopo un decennio di polemiche, potrebbe quindi essere arrivato il momento della riflessione e del confronto fra sostenitori e detrattori dell’uso di embrioni umani, a partire dai fatti: quali sono stati i reali risultati della ricerca in questi anni? Quali i vantaggi effettivamente ottenuti? Quante le risorse, economiche e umane, impegnate? E, soprattutto, quali le prospettive nel nuovo scenario spalancato dalle Ips? Ha senso continuare lungo una strada controversa – quella che prosegue nella distruzione di embrioni umani – quando ce n’è un’altra a disposizione, che appare più promettente?

Di fronte a questi interrogativi, generalmente le repliche sono di due ordini. Si obietta anzitutto che senza studiare le embrionali non si sarebbe mai arrivati alle ‘staminali etiche’. Per poi aggiungere che, in generale, la ricerca deve essere libera, su ogni fronte, per poter decidere il percorso più promettente, e che se anche una strada non porta a risultati applicabili ma ha contribuito ad aumentare le conoscenze allora sicuramente vale la pena percorrerla.

Ma se alla prima affermazione è semplice ribattere – il principio su cui sono state prodotte le Ips è stato ricavato lavorando sui topi, e non sugli embrioni umani – la seconda pone una questione più consistente. È chiaro che non è possibile considerare lecita ogni ricerca con la sola condizione che essa incrementi le conoscenze: se fosse questo l’unico criterio da rispettare, si dovrebbero approvare anche i famigerati esperimenti nei campi nazisti. I protocolli per le sperimentazioni sull’uomo seguono criteri ben precisi, che comprendono il consenso informato dei diretti interessati ma vanno anche ben oltre, e si basano sul principio che l’uomo non può essere mai considerato un mezzo, un mero strumento.

Nel caso degli embrioni umani, per chi dubita di poter dare loro la stessa dignità di una persona, dovrebbe valere il principio di precauzione: non già «nel dubbio, non fare», quanto piuttosto «nel dubbio, fai altro». Non un limite ma uno stimolo alla ricerca, dunque, un criterio per scegliere nuove strade, più rispettose delle sensibilità e delle convinzioni di ognuno.

A giudicare dalle notizie che escono dai laboratori, potrebbe essere giunto il momento di rifletterci insieme, addetti al settore, politici e opinione pubblica.