di Tommaso Scandroglio
Tratto da La Bussola Quotidiana

Un avvocato di Siviglia ha presentato un curioso ricorso chiedendo che l’Immacolata Concezione non fosse più patrona dell’ordine degli avvocati di Siviglia perché ciò violerebbe la sua libertà religiosa e attenterebbe alla neutralità dei poteri pubblici (proprio Lei che è “avvocata nostra”).

Il ricorso è arrivato sino alla Corte Costituzionale spagnola la quale con sentenza del 28 marzo ha respinto la richiesta dell’avvocato e si è pronunciata come segue. Primo: il patronato dell’Immacolata Concezione non viola effettivamente la libertà religiosa. Non c’è violazione reale della sfera della nostra libertà laddove semplicemente ci è sgradito o non condividiamo qualcosa. Altrimenti, aggiungiamo noi, i tifosi juventini ad esempio potrebbero chiedere ai giudici che nessuno possa andare a spasso indossando una maglia diversa da quella bianconera.

In merito alla neutralità dei poteri pubblici la Corte ha poi affermato che questi ultimi, attraverso anche i propri simboli distintivi, comunicano tutto il loro portato culturale, simboli in cui si sintetizza il sentito popolare maggioritario. L’importante è che questo portato culturale religioso non agisca coattivamente sulle coscienze dei cittadini. Dunque la percezione soggettiva non può prevalere su quella collettiva in merito al significato positivo di un simbolo o di un patrocinio. Chi si trova in minoranza deve tollerare e non chiedere l’eliminazione di ciò che non piace.

A questo criterio pare che si sia richiamata anche la Corte Europea dei Diritti dell’uomo in una sua sentenza del 2001 che riguardava la Turchia: “Un partito politico volto ad instaurare la Sharia in uno Stato aderente alla convenzione difficilmente può essere considerato un’associazione rispettosa dell’ideale democratico fatto proprio dall’intera convenzione”. Altresì chi si trova in maggioranza deve permettere l’espressione religiosa altrui seppur questa sia numericamente minoritaria.

Qualche mese fa la sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Lautsi ha riconosciuto che l’affissione del crocefisso nelle aule scolastiche non viola né la libertà religiosa di chi si professa cristiano o ateo né il diritto dei genitori di crescere i figli secondo le proprie convinzioni. Forse, vista la vicenda in terra iberica, viene da pensare che questo pronunciamento stia facendo scuola. Anzi a ben vedere nel caso spagnolo i giudici si sono spinti oltre. Infatti la Corte di Strasburgo affermò in buona sostanza che il crocefisso in classe non poteva urtare nessuno perché simbolo neutro, svuotato ormai di una sua peculiare connotazione religiosa. Le toghe spagnole invece sostengono che un simbolo o un patrocinio di chiara impronta cristiana non per questo rappresenti un vulnus alla propria libertà.

Ora poniamoci una domanda: come deve porsi il credente nei confronti delle altre fedi pur sapendo che sono dottrinalmente false? Deve chiedere che vengano abolite per legge? Il cattolico che desidera la conversione dell’appartenente ad altre fedi – ed ogni cattolico degno di questo nome dovrebbe desiderarlo – ha l’obbligo di tollerare culti diversi da quello di Santa Romana Chiesa. Infatti la conversione è possibile non tramite coazione – sarebbe come costringere qualcuno ad innamorarsi di qualcun altro – bensì solo attraverso il rispetto del libero arbitrio della persona. Credere è infatti – come insegna Tommaso D’Aquino nella “Somma Teologica” e Agostino nel “Libero arbitrio” proprio in riferimento ai credenti di confessioni diverse – scelta libera, la quale non può certo fiorire sul terreno del comando eteroimposto. In buona sostanza occorre rispettare il diritto alla libera ricerca della verità. Ovviamente la tolleranza deve riguardare l’errante non l’errore dottrinale, verso cui la Chiesa nel suo Magistero è stata sempre intransigente.

La libertà di culto tutelata anche dagli ordinamenti democratici viene giustamente compressa, anche tramite divieti e comandi, allorquando l’espressione religiosa intacca o può intaccare il bene comune e/o quella della dignità della persona, così come ha ricordato una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo del 1993. Pensiamo a pratiche come l’infibulazione, al coprirsi il viso con un velo o alle adunanze in luoghi pubblici non permesse dall’autorità civile (queste ultime due condotte di per sé non sono illecite dal punto di vista morale ma possono essere pericolose per l’incolumità pubblica) o a simboli pseudo religiosi che di loro possono incitare ad alcuni reati o possano essere gravemente blasfemi o offensivi per la sensibilità comune.

Laddove l’humus culturale, sociale e storico di una nazione fosse impregnato di cristianesimo (ma non solo in questo caso, però lo spazio ci impedisce di dilungarci), lo Stato legittimamente potrebbe privilegiare la religione cattolica, perché sarebbe la stessa base sociale che lo richiederebbe. Ciò non starebbe a significare che lo Stato debba qualificarsi come teocratico, situazione politica-giuridica in cui si sanzionano quei comportamenti che sono contrari alla fede cattolica. Per questi, insieme alle azioni contrarie alla morale naturale, è previsto un tribunale speciale: il confessionale. L’ambito d’azione punitiva dello Stato infatti riguarda solo quegli atti o che di per se stessi sono neutri dal punto di vista etico ma che ledono il bene comune, oppure quelle condotte immorali che però devono essere grandemente lesive del bene collettivo. Insomma lo Stato sarebbe teocratico se comminasse una multa a chi non va a messa alla Domenica, non se vietasse l’aborto e eutanasia.

Affermazioni anacronistiche? Non proprio. Esistono anche oggigiorno ordinamenti giuridici che espressamente si richiamano al cattolicesimo o al cristianesimo come religione propria della nazione. Si tratta di veri e propri Stati confessionali nei quali comunque viene tutelata la libertà religiosa di fedi diverse da quelle cristiane. Ecco ad esempio il Preambolo della Costituzione irlandese: “Nel nome della Santissima Trinità, dalla Quale origina ogni autorità e alla Quale si devono ispirare, quale nostro fine ultimo, tutti gli atti sia degli uomini sia degli Stati, Noi, il popolo dell’Eire, riconoscendo con umiltà tutti i nostri doveri nei confronti del nostro Divino Signore, Gesù Cristo, che ha sorretto i nostri Padri nel corso dei secoli…”. Poi ricordiamo la Costituzione di Malta: “1) La religione di Malta è la Religione Cattolica Apostolica Romana. 2) Le autorità della Chiesa Cattolica Apostolica Romana hanno il dovere e il diritto di insegnare quali principi sono giusti e quali sbagliati. 3) L’insegnamento religioso della fede Cattolica Apostolica Romana è impartito in tutte le scuole statali come parte dell’istruzione obbligatoria”. Infine rimandiamo anche al testo della Costituzione greca in cui si qualifica il credo greco-ortodosso come religione ufficiale. Nelle costituzioni polacca, svizzera e tedesca invece c’è solo un vago, ma comunque importante, riferimento a Dio.

Per gli stati che non riconoscono tali principi propri della tradizione cattolica, per forza di cose l’unica opzione che rimane è quella di sposare la dottrina dell’egualitarismo: atteggiamento neutro e imparziale verso tutte le religioni, cioè indifferenza religiosa. Questo è il succo della concezione laica dello Stato nella sua versione più pacifica. Da questa concezione della libertà religiosa nascono in genere due soluzioni diametralmente opposte ma identiche nella sostanza, soluzioni che vogliono livellare tutti i credo e che in modo esemplificativo possiamo così rappresentare: appendiamo al muro tutti i simboli religiosi, oppure lasciamo la parete vuota da ogni simbolo religioso. In tutte e due i casi nessuno è scontento. Anzi la seconda soluzione è da preferire perché nella prima gli atei potrebbero sentirsi offesi. E poi la parete bianca esprime perfettamente e in modo plastico il nichilismo, la vera religione dei laicisti.

C’è però una versione meno pacifica della dottrina laicista, che evita di prendere, in modo paritario, le distanze da tutte le religioni, bensì – potremmo dire – si avvicina con predilezione ad alcune di queste, in specie quella cattolica, non perché i suoi esponenti stiano passando un travaglio spirituale, ma perché all’opposto desiderano che il travaglio lo passi la Chiesa cattolica. Citiamo ad esempio, in Spagna, il caso dell’Associazione Statale degli Avvocati Cristiani (AEAC) che il 16 maggio scorso ha denunciato il governo Zapatero all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani per 153 violazioni della libertà religiosa perpetrate dal 2004. Nei capi di accusa c’è un po’ di tutto: divieto di fare processioni, insulti ai vescovi, l’invito a dar fuoco alla Conferenza Episcopale lanciato durante una manifestazione pro-aborto nel settembre 2009, attacchi verbali e non a sacerdoti, danni ad immagini ed edifici di culto, divieti di professare liberamente il proprio credo. A questo proposito rammentiamo la chiusura al culto della Basilica del Valle de los Caídos da parte del governo il 6 aprile 2010.

Di questa preoccupante situazione presente nella ex Cattolicissima Spagna parlò anche il Papa il 16 aprile scorso in occasione dell’insediamento della nuova ambasciatrice spagnola María Jesús Figa López-Palop presso la Santa Sede: “Non mancano forme, spesso sofisticate, di ostilità alla fede, che si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini. Che in certi ambienti si tenda a considerare la religione come un fattore socialmente insignificante, e addirittura molesto, non giustifica il fatto che si cerchi di emarginarla, a volte mediante la diffamazione, la beffa, la discriminazione e persino l’indifferenza dinanzi a episodi di chiara profanazione, poiché così si viola il diritto fondamentale alla libertà religiosa inerente alla dignità della persona umana”.