I Vescovi: “Sì all’umanizzazione della morte, no all’eutanasia”

di Nieves San Martín

SIVIGLIA, giovedì, 18 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il Parlamento dell’Andalusia ha approvato questo mercoledì una legge che regola la “morte degna”. I Vescovi andalusi si erano già espressi su questo progetto affermando che la libertà non può giustificare atti contro la vita umana, propria o altrui. Il Forum Andaluso della Famiglia sostiene che con questa decisione si “lascia la porta aperta all’eutanasia”.

La Plenaria parlamentare ha approvato la prima norma autonomistica della Spagna che regolerà i diritti del paziente nell’ultima tappa della sua vita e i doveri dei medici nei centri sia pubblici che privati.

La cosiddetta “Legge sui Diritti e le Garanzie della Dignità delle Persone nel Processo della Morte” regola la limitazione dello sforzo terapeutico, proibisce l’accanimento terapeutico e permette ai pazienti di rifiutare un trattamento che prolunghi la loro vita in modo artificiale.

Ad ogni modo, la norma non regola l’obiezione di coscienza dei medici, visto che, secondo i giuristi del Consiglio Consultivo dell’Andalusia, deve essere una legge statale a farlo.

Il 22 febbraio scorso, i Vescovi andalusi avevano diffuso una dichiarazione su questo disegno di legge.

Nel testo, citavano una precedente nota pastorale del 28 dicembre, intitolata “Di fronte al processo della morte, promuovere o permettere la morte”, in cui ricordavano i principi morali che devono guidare la regolamentazione del trattamento clinico di ogni malato nel processo di morte.

Circa la pubblicazione del disegno di legge approvato mercoledì, i Vescovi avevano valutato “positivamente quanto si regoli a favore dell’umanizzazione del processo della morte, salvaguardando sempre il diritto primario e fondamentale alla vita di ogni persona. Bisogna garantire il diritto di tutti i malati terminali di ricevere una buona medicina palliativa, così come il sostegno ai familiari (articoli 12-16). Allo stesso modo, sarà di grande utilità il corretto funzionamento dei comitati etici per il discernimento dei medici nei casi più complessi”.

Allo stesso tempo, consideravano “necessario richiamare l’attenzione su quegli aspetti del disegno di legge che, a nostro giudizio, richiedono maggior chiarezza e precisione, lungi da qualsiasi ambiguità”.

In primo luogo, affermavano, “manca di fondamento antropologico il distinguere tra vita biologica e vita personale (cfr. Preambolo). La vita umana è sempre un’unità biologica e personale e l’assistenza medica deve essere integrale. Queste ambiguità aprono la via a interpretazioni contrarie alla dignità della persona umana nel processo della sua morte, con il rischio di favorire una forma di eutanasia coperta”.

Quanto all’affermazione del progetto per cui “gli scopi della legge sono difendere la dignità della persona e assicurare l’autonomia del paziente e il rispetto della sua volontà nel processo della morte (articolo 2)”, i Vescovi segnalavano che “di fronte a questi fini bisogna evitare ogni ambiguità e spiegare chiaramente che l’autonomia personale non può mai arrivare a giustificare decisioni o atti contro la vita umana propria o altrui, perché senza vita non può esserci libertà”.

“Non ha senso – sottolineavano – contrapporre il diritto alla libera autodeterminazione della persona, come espressione della sua dignità, al bene della vita umana, visto che la vita umana, qualunque sia il suo stato di pienezza o deterioramento, è sempre vita personale, e per questo gode indissociabilmente della dignità indivisibile della persona”.

Quanto alla limitazione dello “sforzo terapeutico” proposta nel progetto, secondo i Vescovi “deve spiegare chiaramente che nei malati in coma o in stato vegetativo le cure ordinarie e di base come l’alimentazione e l’idratazione devono essere realizzate sempre. Se si prescinde da queste, anziché permettere la morte inevitabile la si provoca, e questa è una forma di eutanasia”.

I presuli rimarcavano che “l’applicazione di questa Legge richiede il suo adeguato finanziamento che garantisca i diritti del malato a una buona medicina palliativa ed eviti il minimo dubbio sul fatto che il malato, pur se molto indebolito dalla malattia, abbia perso anche un solo elemento della sua dignità”.

Chiedevano infine che, “di fronte alla difficoltà di discernere in alcuni casi o di fronte al possibile conflitto di valori, si riconosca ai professionisti sanitari il diritto all’obiezione di coscienza”.

Dal canto suo, il Forum della Famiglia (FEF) in Andalusia ha segnalato questo mercoledì che si tratta di “una legge molto migliorabile nella difesa della vita umana, anche al momento della morte”, e ha esortato a far sì che “si smetta di parlare di morte degna e si lavori per una vita migliore delle famiglie andaluse”.

Il presidente del Forum, Federico Die, ha segnalato in un comunicato alcuni aspetti “positivi” di questa legge, “come l’assistenza medica palliativa al malato e l’assistenza ai suoi familiari”, una cosa che, ha detto, “abbiamo chiesto continuamente a sostegno delle associazioni dei familiari dei malati”.

A suo avviso, “in questa legge si sono mescolati punti ambigui e molto conflittuali, come la limitazione dello sforzo terapeutico, che lascia la porta aperta all’eutanasia”.

Accanto a questo, ha indicato, “suscita grande inquietudine il fatto che i professionisti sanitari non possano esercitare il loro diritto costituzionale all’obiezione di coscienza”.

Per questo il Forum, che ha detto di “non comprendere l’origine né gli interessi di questa legge”, l’ha respinta annunciando che “sarà attento ai conflitti che sorgeranno nella sua applicazione concreta, così come alla dubbia costituzione e azione dei comitati etici, che a volte sono presieduti e diretti da politici, non da professionisti esperti”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]