di Patrizia Fermani Opportuno*
Tratto da La Bussola Quotidiana

Qualche tempo fa è stato pubblicato in rete un video nel quale una giovane donna americana, Gianna Jessen, racconta in pubblico la storia dolorosa e straordinaria della propria nascita.

Gianna, figlia di una giovane di diciassette anni che ha deciso di abortire, è sopravvissuta miracolosamente all’uccisione in utero per avvelenamento salino alla 32° settimana di gestazione. Nelle sue parole c’è ancora, dopo tanti anni, lo shock di chi ha ingaggiato con la morte una lotta sovrumana, di chi ha poi dovuto continuare a lottare, giorno dopo giorno, con la forza della disperazione e la debolezza di risorse fisiche irrimediabilmente compromesse. Una fatica immane nella solitudine del primitivo abbandono.

Nel video americano tiene la scena da sola, in piedi, davanti ad un pubblico attento e silenzioso, in lei c’è una tensione quasi tangibile che, mentre parla, si trasmette e soggioga chi ascolta. Ognuno può rivivere in sé l’orrore di quella inaudita violenza contro un essere debolissimo e indifeso, l’orrore che solo le azioni umane possono produrre. Ma anche ritrovare la pietas per riconoscersi creatura non indegna, non casualmente gettata in un universo senza senso.

Gianna è questa creatura, innervata del proprio dolore, ma che parla anche di perdono e di speranza, ha pietà per sé e per gli altri, per l’amore mancato.

Il 6 febbraio, con le migliori aspettative di chi vede nella testimonianza di questa donna un’occasione imperdibile di riflessione per tutta la nostra società, Gianna approda alla tv italiana, su Rai 2, nella fascia di intrattenimento postprandiale.

Ma le aspettative vengono presto deluse. Perché qui, ancora una volta, la chiacchiera come basso continuo, il panem et circenses, sono la regola di un potere senza gloria e senza destino.

E’ invitata a ripetere la sua storia e lei con semplicità la ripercorre, parlando anche della fede che l’ha sostenuta, dell’amore di Gesù Cristo che l’ha salvata e che le dà la forza di guardare avanti con serenità.

Ma al termine del racconto la commossa presentatrice Bianchetti introduce il parterre di opinioniste che forniranno il contrappunto sociologico alla vicenda.

Infatti, l’emozione e persino il piagnisteo sono raccomandati, ma sempre in funzione di un tracciato di idee che non ammette concessioni alla riflessione spontanea di chi ascolta.

Gianna diventa, in breve, il “prodotto” perfetto per l’emotività a basso costo dell’umanesimo televisivo, condito con il mito euforizzante di chi ce l’ha fatta. La donna ha vinto una scommessa impossibile, è un fenomeno e tanto basti.

Ora è seduta, stretta come una preda tra i sorrisi compiaciuti e vuoti delle ospiti intente al controllo ideologico della sua esibizione. Le è concesso di parlare solo a comando per il confezionamento dell’esca televisiva, mentre le guardiane domatrici hanno sempre lo sguardo rivolto alla telecamera, attente a filtrare, sviare e confondere il senso irriducibile della sua testimonianza pro life.

Le tutrici, eleganti e pettinate, devono pure concedere che l’aborto (ma che orrore questa parola! Usiamo interruzione di gravidanza, please) è una cosa rozza, forse anche un po’ efferata, ma solo se fatto all’americana, al settimo mese e soprattutto se praticato a quel modo, con l’avvelenamento salino. Roba da yankees.

In Italia tutt’altra musica: si pratica fino al terzo mese e con il metodo ben più essenziale dello smembramento, tutt’altro stile, altra civiltà!

E poi, visto l’obbligo (peraltro, introdotto anche in America da uno impresentabile come Bush) di rianimare il sopravvissuto, bisogna premiare giustamente chi ce la fa: è passato nel cerchio di fuoco senza ardere, l’ordalia si è compiuta, merita l’impunità. Chi non sopravvive è perché non lo merita, per lui rimane solo il sacco dei rifiuti ospedalieri o lo scarico del bagno di casa.

Però Gianna non si riconosce nell’eccezione statistica medicalmente assistita: la sua vita di sopravvissuta anche al boia designato e andato in ferie è stata difficilissima, ma, ripete, ce l’ha fatta perché è cristiana e la fede l’ha sorretta.

Questo è troppo. Il messaggio sfugge al controllo.

La psicoterapeuta in rosso forse non può tollerare che lo spirito si metta a condizionare i meccanismi monitorizzati della psiche umana, l’irrazionale non abita al San Raffaele. L’esperta rassicura le menti deboli: è accertato che la fede fa bene e favorisce la vitalità cerebrale. Dorma sonni tranquilli il prometeo borghese che si prefigge di sottoporre la natura ad amministrazione controllata.

Meno male che la Fides et Ratio non la legge nessuno, e tantomeno i preti cedono a certe pericolose tentazioni.

Rimane il fatto, però, che la macelleria abortiva casalinga e ospedalizzata è poco elegante, un po’ sporchetta, allora dobbiamo evitarla a tutti i costi, anche per mettere a tacere quelli che coltivano il pallino dell’aborto come omicidio e hanno pure l’ardire di negare il diritto della Donna.

La soluzione è evitare la gravidanza, preservativi per tutti, sempre e comunque, a gogò. Ma Gianna, la nostra ospite e testimone, come la penserà? Meglio non chiedere nulla. La facciamo cantare visto che ha fatto tanta strada e Sanremo è vicina. Di quello che è stato detto forse ha capito poco… ma chi se ne frega.

* Movimento Europeo Difesa Vita