di Anna Bono
Tratto da La Bussola Quotidiana il 15 luglio 2011

Le piogge troppo abbondanti creano da settimane seri problemi in Africa Occidentale e in altre parti del continente africano.

In particolare, si registrano vittime, sfollati e ingenti perdite – raccolti compromessi, bestiame disperso e ucciso dalle esondazioni, abitazioni e infrastrutture danneggiate – in Nigeria, Costa d’Avorio, Benin, Togo e Namibia.

Ma il peggio si sta verificando dove la tanto attesa stagione delle piogge invece non è arrivata o ha portato precipitazioni scarsissime. La siccità interessa quest’anno soprattutto i paesi del Corno d’Africa: ed è carestia per almeno dieci milioni di persone. In Etiopia necessitano di aiuti alimentari urgenti 4, 5 milioni di abitanti, 1, 3 milioni in più rispetto allo scorso anno. A Gibuti le persone in difficoltà sono circa 120. 000, pari a oltre un sesto dalle popolazione del piccolo stato. In Kenya, dove il governo ha dichiarato lo stato di disastro nazionale, le persone in pericolo, soprattutto nell’arido nord, ma anche sulla costa e altrove, sono più di tre milioni. Ad aggravare la situazione del Kenya è l’incessante afflusso di disperati dai paesi limitrofi, spinti dalla fame verso i campi per profughi situati nel nord del paese. Il più affollato, Daadab, era nato per accogliere 90. 000 persone, ma ne ospita ormai 370. 000 che, di questo passo, diventeranno 500. 000 entro poche settimane.

Per la maggior parte si tratta di somali che in patria non sono in grado di sopravvivere alla carestia e, a causa della guerra in corso, non possono contare su regolari e sufficienti aiuti esterni. In Somalia il 50% dei bambini è affetto da malnutrizione acuta. Ogni giorno circa 800 minori somali varcano il confine con il Kenya in cerca di aiuto.

Secondo le Nazioni Unite le popolazioni del Corno d’Africa stanno affrontando la peggiore siccità degli ultimi 60 anni. Difficile dirlo: anche i più giovani in realtà hanno memoria di altre stagioni – l’ultima risale agli anni 2005-2006 – in cui il bestiame è stato decimato da fame e sete, ricordano le carcasse sparse ovunque e i raccolti seccati prima di maturare. Altrettante volte sono state le piogge troppo abbondanti e frequenti a portare via mandrie e campi, ponti, strade e abitazioni.

Può darsi dunque che non si tratti della peggiore delle siccità, se non forse per numero di persone coinvolte. Ma di sicuro vi è il fatto – ed è questo il problema – che le popolazioni colpite oggi subiscono gli effetti dei fenomeni atmosferici avversi più o meno come 60 anni fa e 60 anni fa come 600 anni prima: incapaci di farvi fronte mancando dei più elementari sistemi di controllo delle acque.

Solo il 4% circa dei terreni africani sono irrigati regolarmente. Per il resto la vita dipende appunto dalle precipitazioni atmosferiche e il loro andamento irregolare – siano esse scarse, intermittenti, troppo abbondanti e frequenti, anticipate o tardive – danneggia sempre raccolti e bestiame mettendo in difficoltà milioni di famiglie e vanificandone la fatica già così poco produttiva. Come nei millenni trascorsi, intere comunità ignorano infatti l’uso dei fertilizzanti di origine animale, dei mezzi di trasporto a ruota, dell’aratro a trazione animale e dispongono di attrezzi rudimentali: spesso soltanto una zappa dal manico corto, un bastone da scavo e uno lungo strumento tagliente.

Come in passato, inoltre, rimediano alle cattive annate ricorrendo a razzie e ad attacchi ai villaggi vicini per rubarne i beni e per assicurarsi il controllo esclusivo di pascoli, terre coltivabili e punti d’acqua: una pelle di capra o una zappa valgono la pena di un agguato, qualche cesto di mais o alcuni capi di bestiame meritano di incendiare o distruggere un villaggio uccidendone e disperdendone gli abitanti e di rischiare la vita per appropriarsene.

Nei giorni scorsi, ultimi di una lunga serie, violenti scontri tra clan nomadi per l’accesso ad alcune sorgenti e ai pascoli residui hanno provocato 35 morti e circa 80 feriti nel centro della Somalia. Per la stessa ragione conflitti quasi quotidiani, altrettanto cruenti, si verificano in Kenya tra le popolazioni Turkana, Pokot e Samburu.

Rispetto al passato, una differenza fondamentale è che ormai le comunità anche più isolate possono quasi sempre contare, almeno in qualche misura, sull’aiuto della comunità internazionale che, tramite le agenzie delle Nazioni Unite e una moltitudine di organizzazioni umanitarie, provvede a soccorrere quante più persone è possibile. Già durante l’epoca coloniale europea qualcosa era cambiato. Le etnie dell’entroterra costiero del Kenya, per esempio, che per secoli, prima dell’introduzione del calendario occidentale, hanno scandito il tempo ricordando carestie e guerre, parlano ancora di due delle più memorabili carestie della loro storia chiamando una la “fame del mais rosso” e l’altra la “fame dei sacchi” per indicare il mais giallo (quello coltivato localmente è bianco) distribuito in sacchi di iuta dai funzionari coloniali.

Prima, per sopravvivere, le famiglie scambiavano i membri più giovani con cereali e altri generi alimentari che sulla costa erano quasi sempre disponibili, anche nei periodi peggiori. I bambini ceduti diventavano schiavi delle famiglie delle città swahili, domestici o impiegati nelle piantagioni.