di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Benedetto XVI ha lasciato Cuba il 28 marzo, invocando la benedizione di Dio sul futuro dell’isola, dopo l’atteso incontro con Fidel Castro – caratterizzato dall’attenzione a non offrire al regime nessuno spunto per una facile propaganda, che peraltro non è mancata, ripresa acriticamente anche da organi di stampa di casa nostra – e soprattutto la Messa di fronte a trecentomila persone sulla Piazza della Rivoluzione a L’Avana.

Nella lunga omelia il Papa ha continuato sulla strada stretta che ha caratterizzato tutto il viaggio: una continua sottolineatura del valore essenziale della libertà e in particolare della libertà religiosa, senza la quale – ha detto – non può esistere speranza di un futuro migliore, evitando però critiche dirette al regime. Il Pontefice è partito dalla prima lettura, tratta dal Libro di Daniele e non priva di un indiretto riferimento a vicende cubane, dove «tre giovani, perseguitati dal sovrano babilonese, preferiscono affrontare la morte bruciati dal fuoco piuttosto che tradire la loro coscienza e la loro fede. Essi trovarono la forza di “lodare, glorificare e benedire Dio” nella convinzione che il Signore del cosmo e della storia non li avrebbe abbandonati alla morte ed al nulla. In effetti, Dio non abbandona mai i suoi figli, non li dimentica mai. Egli sta al di sopra di noi ed è capace di salvarci con il suo potere».

Se queste parole si applicano ai perseguitati di tutti i tempi, compresi certamente quelli cubani, dal Vangelo il Papa ha tratto l’insegnamento secondo cui Gesù è «l’unico che può mostrare la verità e dare la vera libertà. Il suo insegnamento provoca resistenza ed inquietudine tra i suoi interlocutori, ed Egli li accusa di cercare la sua morte, alludendo al supremo sacrificio della Croce, ormai vicino. Ma li esorta a credere, a rimanere nella sua Parola, per conoscere la verità che redime ed onora».

L’insegnamento di Gesù richiama un tema caratteristico del Magistero di Benedetto XVI, che si oppone direttamente alle ideologie, e certamente al marxismo: il legame tra verità e libertà. «In effetti, la verità è un anelito dell’essere umano, e cercarla suppone sempre un esercizio di autentica libertà. Molti, tuttavia, preferiscono le scorciatoie e cercano di evitare questo compito. Alcuni, come Ponzio Pilato, ironizzano sulla possibilità di poter conoscere la verità (cfr Gv 18, 38), proclamando l’incapacità dell’uomo di raggiungerla o negando che esista una verità per tutti. Questo atteggiamento, come nel caso dello scetticismo e del relativismo, produce un cambiamento nel cuore, rendendo freddi, vacillanti, distanti dagli altri e rinchiusi in se stessi. Persone che si lavano le mani come il governatore romano e lasciano correre il fiume della storia senza compromettersi».

Ma si può sbagliare anche aderendo senza ripensamenti a verità irrazionali, ideologiche, che la storia ha mostrato come false. «D’altra parte – infatti – ci sono altri che interpretano male questa ricerca della verità, portandoli all’irrazionalità e al fanatismo, per cui si rinchiudono nella “loro verità» e cercano di imporla agli altri. Sono come quei legalisti accecati che, vedendo Gesù colpito e sanguinante, gridano infuriati: “Crocifiggilo!” (cfr Gv 19, 6). In realtà, chi agisce irrazionalmente non può arrivare ad essere discepolo di Gesù. Fede e ragione sono necessarie e complementari nella ricerca della verità. Dio ha creato l’uomo con un’innata vocazione alla verità e per questo lo ha dotato di ragione. Certamente non è l’irrazionalità, ma l’ansia della verità quello che promuove la fede cristiana. Ogni essere umano deve scrutare la verità ed optare per essa quando la trova, anche a rischio di affrontare sacrifici».

E senza verità non c’è libertà: «La verità sull’uomo è un presupposto ineludibile per raggiungere la libertà, perché in essa scopriamo i fondamenti di un’etica con la quale tutti possono confrontarsi e che contiene formulazioni chiare e precise sulla vita e la morte, i doveri ed i diritti, il matrimonio, la famiglia e la società, in definitiva, sulla dignità inviolabile dell’essere umano». Sono le regole comuni del gioco chiamato società, che valgono anche per la società internazionale, e senza queste regole – che coincidono con la legge naturale – non ci può essere la pace. «Questo patrimonio etico è quello che può avvicinare tutte le culture, i popoli e le religioni, le autorità e i cittadini, e i cittadini tra loro, e i credenti in Cristo con coloro che non credono in Lui»,

Proporre la legge naturale, in quanto fondata sulla ragione, a tutti è oggi il compito del cristiano. «Il Cristianesimo, ponendo in risalto i valori che sostengono l’etica, non impone, ma propone l’invito di Cristo a conoscere la verità che rende liberi. Il credente è chiamato a rivolgerlo ai suoi contemporanei, come lo fece il Signore, anche davanti all’oscuro presagio del rifiuto e della Croce. L’incontro personale con Colui che è la verità in persona ci spinge a condividere questo tesoro con gli altri, specialmente con la testimonianza». Cristo, infatti, è la vera libertà: «ci aiuta a sconfiggere i nostri egoismi, ad uscire dalle nostre ambizioni e a vincere ciò che ci opprime. Colui che opera il male, colui che commette peccato, è schiavo del peccato e non raggiungerà mai la libertà (cfr Gv 8, 34). Solo rinunciando all’odio e al nostro cuore indurito e cieco, saremo liberi, ed una nuova vita germoglierà in noi».

La Chiesa opera nella storia «per rendere partecipi gli altri dell’unica cosa che possiede, e che non è altro che Cristo stesso, speranza della gloria (cfr Col 1, 27). Per poter svolgere questo compito, essa deve contare sull’essenziale libertà religiosa, che consiste nel poter proclamare e celebrare anche pubblicamente la fede, portando il messaggio di amore, di riconciliazione e di pace, che Gesù portò al mondo».

E qui il Papa ha ribadito che qualche apertura a Cuba c’è stata, ma ancora non basta. «È da riconoscere con gioia che sono stati fatti passi in Cuba affinché la Chiesa compia la sua ineludibile missione di annunciare pubblicamente ed apertamente la sua fede. Tuttavia, è necessario proseguire». Il test della buona fede delle autorità non potrà essere che la libertà religiosa. «Il diritto alla libertà religiosa, sia nella sua dimensione individuale sia in quella comunitaria, manifesta l’unità della persona umana che è, nel medesimo tempo, cittadino e credente. Legittima anche che i credenti offrano un contributo all’edificazione della società. Il suo rafforzamento consolida la convivenza, alimenta la speranza in un mondo migliore, crea condizioni propizie per la pace e per lo sviluppo armonioso e, contemporaneamente, stabilisce basi solide sulle quali assicurare i diritti delle generazioni future».

Rispondendo a facili obiezioni, il Papa ha precisato che «quando la Chiesa mette in risalto questo diritto, non sta reclamando alcun privilegio. Pretende solo di essere fedele al mandato del suo divino Fondatore, cosciente che dove Cristo si rende presente, l’uomo cresce in umanità e trova la sua consistenza». Dopo avere rivendicato il diritto della Chiesa ad aprire scuole e università – che a Cuba è negato – e ricordato il padre della patria e sacerdote servo di Dio Félix Varela (1788-1853), Benedetto XVI ha concluso affermando che «Cuba ed il mondo hanno bisogno di cambiamenti, ma questi ci saranno solo se ognuno è nella condizione di interrogarsi sulla verità e si decide a intraprendere il cammino dell’amore, seminando riconciliazione e fraternità». Chi intraprende questo cammino sa che solo Cristo «può disperdere la tenebra dell’errore. Supplichiamolo che, con il valore e il vigore dei santi, giungiamo a dare una risposta libera, generosa e coerente a Dio, senza paure, né rancori».