di Carlo Panella
Tratto da Il Foglio del 19 maggio 2011
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La fossa comune di Deraa, denunciata nei giorni scorsi da fonti dell’opposizione che ne hanno riversato le immagini su Youtube, smentita con sdegno dal ministro degli Interni siriano, è stata confermata ieri da una fonte ufficiale siriana.

Il quotidiano libanese as Safir, che solitamente esprime aperte simpatie per la Siria, ha citato ieri un funzionario locale di Daraa, di cui non ha fornito il nome: “Una fonte ufficiale del governatorato di Daraa ha affermato che domenica scorsa è stato reso noto il ritrovamento di cinque corpi nella zona di Bahhar nella parte vecchia di Deraa”. Secondo questa fonte, una commissione governativa sta indagando su quanto accaduto e ha consegnato le salme ai congiunti”. Un medico dell’ospedale di Deraa, Ali F., ha dichiarato all’ Aki che i funerali di 25 di queste vittime si sono tenuti ieri e che alla sepoltura è seguita una manifestazione di protesta. In realtà, Amar Qurabi, esponente di Ondus, aveva denunciato l’esistenza di due fosse comuni, una con 24 corpi, tra cui quelli di alcune donne e bambini, tutti col volto sfigurato e l’altra con 7 corpi. Secondo altre fonti, in una delle fosse sarebbero stati trovati 43 corpi. La conferma della pratica delle fosse comuni di civili non solo dimostra la efferatezza delle milizie del regime, ma non può non ricordare una prassi comune dei due partiti Baath, quello siriano e quello iracheno e dei loro leader, con un Beshar al Assad che rinnova le stesse tecniche stragiste messe in atto da Saddam Hussein contro le rivolte degli sciiti e dei curdi iracheni. Non si ferma, intanto, sia pure tra enormi difficoltà, la rivolta siriana. Per ieri, le forze dell’opposizione hanno indetto uno sciopero generale, che anticipa il tradizionale appuntamento dei “venerdì della collera”; non sono filtrate notizie sul successo o meno di questa nuova forma di protesta, ma è evidente che –nonostante la ribellione sia ancora viva a Tal Kalakh, Nawa, Suwayda, Kanakir e a Homs- nel complesso la crudeltà della repressione è riuscita a imporre alla mobilitazione popolare una flessione. Terribile la testimonianza di un oppositore da Tal Kalakh dove ancora ieri si sono avuti altri otto morti: “Sembra una città fantasma, ci sono decine di feriti che non possiamo evacuare: è un massacro”. Indicativa la notizia riportata dalla agenzia ufficiale Sana di otto militari e del capo della polizia politica di Homs uccisi nei giorni scontri nella città. Probabile conseguenza non tanto di “terroristi” (tesi ufficiale del governo) quanto di sparatorie che già si sono registrate a Deraa e a Latakia tra milizie fedeli al governo e militari di leva sunniti che si sono rifiutati di sparare sulla folla. Certo è che Beshar al Assad ritiene ormai di essere riuscito a avere ragione della protesta, tanto che ieri Issam Maatuq, membro di una delegazione di “gente comune” del quartiere sunnita Midan di Damasco (teatro di proteste nelle settimane scorse), ricevuta dal rais, ha detto al quotidiano libanese as Safir che “il presidente ha detto che la crisi è alla sua fine”. Sempre secondo Issam Matuq, Beshar al Assad ha ammesso: “Ci sono stati errori interni che si sono accumulati e che hanno contribuito a creare il terreno per la situazione attuale, i mezzi d’informazione ne hanno poi approfittato per sobillare”. E’ presto per valutare se la sicumera dimostrata dal raìs siriano sia o meno giustificata e se la protesta sia ormai destinata a soccombere sotto i colpi delle milizie di Maher al Assad, i cui carri armati continuano a occupare molti centri del paese. Di sicuro, si è registrata una colpevole lentezza della comunità internazionale nel dispiegare forme di pressione efficaci per costringere Beshar al Assad a cessare la sua politica di eccidi. La scelta incauta dei giorni scorsi di evitare al presidente le sanzioni personali stabilite contro 13 esponenti del regime, nella speranza di indurlo a una “politica riformista”, come ha più volte detto Hillary Clinton, è stata ripagata dalla scoperta delle fosse comuni. Ora, sia la Casa Bianca che l’Unione Europea si dichiarano intenzionate a varare nuove e più pressanti sanzioni contro Damasco. Ma Dmitrij Medvedev ha annunciato che Mosca opporrà il veto alla risoluzione di condanna della Siria nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu: “ Non darò sostegno alla risoluzione

neanche se mi pregano di farlo. E’ triste come queste risoluzioni possano essere manipolate”. Evidente riferimento alla Libia. “Troppo poco, dunque e troppo tardi, mentre sulla Siria incombe lo “spirito di Sreberenica”.