di Don Pino dell’Incoronata – Lodi
Tratto da Rai Vaticano – il blog il 6 giugno 2010

L’anno sacerdotale volge al termine. Cesseranno – lo spero vivamente – le “lezioni ai preti” dei troppi “maestri in Israele” quelli, per intenderci, che non sanno da dove venga il vento e dove vada (Gv. 3, 8) ma che si attribuiscono ogni capacità di discernimento quando si tratta di fare la predica a chi, un tempo (il tempo del Santo Concilio Vaticano II), giovane come l’acqua, si è buttato sul pavimento della Cattedrale non prima di aver detto alla Chiesa “adsum” e sussurrato poi un “promitto” al Vescovo.

Perché devo sempre ricordare da solo gli Angeli e i Santi che sono volati sopra di me e sopra i miei compagni durante l’Ordinazione?

Ancora mi fa tremare il cuore il silenzio del burbero vescovo che ha calcato le sue mani sulla mia testa. Dopo le foto di rito, il silenzio si è rotto e sono incominciate le parole: “Vai, vieni, fa’ questo…”. Una specie, mi si permetta la forte espressione, di ius in corpore …

“Ai preti, diceva mia madre, bisognerebbe regalare una roulotte” per gli innumerevoli traslochi. La diceria comune – ma fu solo diceria? – sosteneva che, nel Sacro Concilio, l’Assemblea si fosse un poco dimenticata dei presbiteri. Laici e Vescovi avevano “fatto il pieno”.

L’anno scorso, appena si è sparsa la notizia dell’anno sacerdotale, nonostante i saggi moniti di Papa Paolo VI: “Il mondo ha bisogno di testimoni più che di maestri”, questi sono calati in massa e la Parola si è trasformata in sussiegoso chiacchiericcio. E di pari passo è scattato il ricatto, quello vecchio di sempre: se tu avessi osato non “ascoltare” inevitabilmente avresti fatto “piangere” qualcuno. Ricatto che a me, istintivamente, fa venire in mente il refrain: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro pianger fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”.

I maestri, si sa, non sono profeti: sanno solo voltarsi indietro, fare analisi e statistiche: il loro pane sa sempre di sale. Ad esempio, voltandosi, hanno trovato nei preti che predicano, solo “pessimi chef che non sanno preparare che una poltiglia insulsa, quasi una pietanza immangiabile o ben poco nutriente…” (M. Crociata, Segretario della CEI su l’ “Osservatore Romano 30. XII. 2009).

Per mesi poi sono scesi nelle Sante Assemblee non con l’olio dell’esultanza e della consolazione ma brandendo la ramazza, per l’insidia tesa dallo 0, 03 dei preti ai piccoli: così su tutti è stata stesa una pellicola soffocante, come quella del petrolio nel golfo del Messico. Il “burbero” San Carlo suggeriva…di scendere prima con la Croce e poi, se fosse necessario, con “il manico di essa”. Si è così rischiato di mettere in secondo piano il “Cristo che morì per i nostri peccati secondo le scritture” e la fede di quanti cantano che: “La colpa chiama il perdono”. Non dice il Signore: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi: Io vi ristorerò” (Mt. 11, 28)? Che splendido questo Cristo che ci ha preparato un posto al ristorante!

Ma, a sentire i “maestri” non sembra esserci più il luogo del ristoro ove si riceve il bacio santo! Non andremo più in Chiesa a baciarci, “ad osculum convenire”? Da discepoli di Gesù ci vogliono trasformare in discepoli di Giovanni il Battista per brandire la scure e il ventilabro!

La Chiesa non era il rifugio dei peccatori e persino di chi, colpevole di delitti, poteva rifugiarsi nelle sue mura? Mai letta la Lettera ”Officii nostri” di Papa Lambertini (Benedetto XIV)? Come si potrà ora riparare il male arrecato al popolo di Dio che da così tante chiacchiere ha probabilmente inteso che la Chiesa è solo una colf esperta in pulizie e ha dimenticato la sua capacità di essere “Ecclesia Mater”, in grado di generare e rigenerare?

Un male evidente se il rimedio suggerito (anche da alcuni prelati) si troverebbe solo nel superamento del celibato. Nessuno crede più che un uomo possa avere dal Signore un cuore libero come quello di Cristo?

Perché non si suggerisce che i presbiteri vengano sostenuti nella loro missione con “digiuni” e con l’“affidarli al Signore”? (S. Paolo a Listri: Atti 14, 23).

Come prete, ogni giorno, con i miei “fratelli” vivo la “koinonìa ton haghìon” che per chi è stato alla scuola degli apostoli significa “comunione alla cosa santa”: consiste nell’assumere come cibo quel Cristo che in Croce ci ha santificati e ha promesso: “Chi mangia di me vivrà per me”! (Gv. 6, 57).

Si troverà ancora qualche “maestro” che sappia collocare il prete nella Comunità e non lo veda solo nella sua solitudine esistenziale e nelle ombre della fatica e della depressione?

Ritornerà la grande lezione di Henri de Lubac: “L’église fait l’eucharistie – L’eucharistie fait l’Eglise”? Vescovi e Laici avete l’Eucarestia nelle vostre mani e da Essa, se mai, si deve trarre la lezione da porgere ai preti. Non chiedetela al Curato d’Ars (che…a suo tempo i maestri hanno bocciato). Altrimenti, terminato l’anno sacerdotale, come risultato si avrà che il sacerdote “girerà per il paese senza sapere che cosa fare” (Ger. 14, 18); un prete infatti non ci sta a imbracciare la ramazza, ma a portare ogni giorno per sé e per i fratelli la Croce (Luca 9, 23).