Gli evangelisti hanno raccolto e ci hanno trasmesso alcune parole di Gesù sulla croce. Sono un lascito prezioso: al loro ascolto, riusciamo a entrare un poco nell’animo di Gesù, mentre nella solitudine, unicamente colmata dalla presenza del Padre, egli consuma il mistero della sua morte redentrice.

La prima parola che ascoltiamo è quella del perdono per quanti lo hanno crocifisso e, vociando ai piedi della croce, lo deridono e lo oltraggiano: «Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno» (Luca, 23, 34).

Ma Gesù quel perdono lo implora come grazia per tutta l’umanità. Il suo sangue è «versato per la moltitudine» (Matteo, 26, 28). Nessuno è stato o sarà mai salvato, se non per il sacrificio del Calvario. Anzi, secondo il sorprendente disegno divino tutti gli uomini sono stati creati per essere redenti e ricreati dall’amore misericordioso.

L’intero genere umano si ritrova in quel momento nel pensiero e nel cuore del Crocifisso, brillato dall’eternità nella mente e nella volontà di Padre. Sant’Ambrogio, il grande dottore di questo amore fatto di perdono, esclamerà: «Non mi glorierò perché sono giusto, ma mi glorierò perché sono stato redento» (De Iacob et vita beata, i, 21).

Ed ecco la seconda parola che esce dalla bocca di Gesù straziato su quel legno, in apparenza maledetto, in realtà Antoine van Dyck, «Crocifissione» (1621-1625)supremamente benedetto e glorioso: «In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca, 23, 43). Sarà in paradiso un malfattore appeso con lui, che sulla soglia estrema della morte ne ha riconosciuto l’innocenza e si è affidato al suo ricordo. «Quanta veloce misericordia!» — esclama sant’Ambrogio (Explanatio Psalmorum, 37, 18, 1) — tale che «persino gli angeli stupiscono», vedendo che «tutto stringendosi a Cristo, / il reo carpisca la vita beata». D’altronde, «dove c’è Cristo, là c’è il regno» (Expositio evangelii secundum Lucam, x, 121).

Se ci rimettiamo alla memoria di Gesù, neppure per il peccato più orrendo ci dobbiamo disperare: fin che c’è un istante di tempo, fosse pure quello estremo, c’è posto per la sua onnipotente pietà. Del resto, lui solo, il Signore, conosce i tempi e i modi della salvezza di ogni uomo.

La terza parola è per Maria e per l’apostolo Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio — Figlio, ecco tua madre» (Giovanni, 19, 26). Gesù estende la maternità della Vergine a tutti gli uomini, affidandoli alla sua custodia e alla sua tenerezza. Ai piedi della croce Maria appare la nuova Eva: la sua maternità si rinnova spiritualmente ed essa diviene «Madre della Chiesa» e «corredentrice».

La sua fede l’ha associata, più di ogni altro, alla passione di Cristo. Secondo la profezia di Simeone, la spada ha trafitto la sua anima e l’ha resa «compagna del suo gemito». Consentendo alla Parola di Dio, Maria ha accolto su di sé il dolore del Figlio: «Essa stava ritta di fronte alla croce — scrive sant’Ambrogio — e ne mirava con occhi pietosi le piaghe, in attesa del riscatto del mondo». Ecco perché le conviene il titolo di «corredentrice».

Quanto a Giovanni: il Signore gli affida come madre Maria, perché con lui tutti i suoi discepoli e tutti gli uomini possano godere del dono ineffabile di sentirsi suoi figli. Essi non saranno mai orfani: veglia su di loro la stessa tenerezza materna che ha vegliato su di lui.

La quarta parola — «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo, 27, 46) — ci attesta che Gesù trascorre le ore drammatiche della croce in preghiera, recitando il salmo 22.

Sono ore di angoscia e di sfinimento, sperimentati come assenza e silenzio del Padre. Da qui quel suo grido straziante: il grido dell’Agnello innocente che, spasimando, porta su di sé il peso e l’orrore del peccato del mondo, il lamento di chi si sente «un verme e non un uomo».

Ma, insieme, sono ore di confidenza incrollabile: il Padre rivelerà il suo volto ed esaudirà il gemito del Figlio; la forza divina lo libererà; e quell’inenarrabile umiliazione e tormento saranno sorgente della gloria di Dio e della salvezza per la «grande assemblea».

Nella quinta parola Gesù dice di aver sete: «Ho sete!» (Giovanni, 19, 28). Aveva recitato nella preghiera: «Arido come un coccio è il mio vigore, la mia lingua si è incollata al palato». La sete è lo strazio di chi pende da una croce. Gli viene accostata alla bocca una spugna intrisa d’acqua acidula.

Ma quell’arsura era d’altra natura e nessun’acqua terrena sarebbe valsa a placarla. Come il cibo di Gesù era ogni Parola che esce dalla bocca di Dio; come il suo nutrimento consisteva nel fare la volontà del Padre e portare a termine la sua opera, così egli attingeva e sorbiva la sua bevanda dal calice che lo stesso Padre gli porgeva (cfr. Giovanni, 4, 34; 18, 11). Tutta la sua vita aveva trovato sostentamento nel compiere il disegno divino; adesso, nell’ora estrema, quel disegno assumeva la forma della croce, e Gesù lo assumeva con obbedienza filiale illimitata.

Ecco perché, dopo aver preso l’aceto, egli può esclamare la sua sesta parola: «È compiuto» (Giovanni, 19, 30). Morendo sulla croce, Gesù suggellava infatti il compito assegnatogli dal Padre, e così si avverava la Scrittura, dove quella morte in croce era iscritta e preannunciata.

La settima e ultima parola del Crocifisso, gridata «a gran voce», perché tutti la udissero, è per professare il suo totale affidamento al Padre, la sua incrollabile confidenza in lui: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Luca, 23, 46). È l’assoluto atto di fede di Gesù in Colui che dall’eternità lo amava di amore unico e compiacente, e non lo aveva mai lasciato solo, anche nell’esperienza terribile e misteriosa delle tenebre interiori, ininterrottamente trasfigurate dalla luce della speranza. Nel Padre Gesù trova nel Padre la sua pace, riponendo in lui senza riserve tutto il senso della sua vita. E il Padre accoglie quell’affidamento e vi risponderà risuscitandolo il terzo giorno e facendolo sedere alla sua destra nella gloria.

Il cristiano, mentre tiene lo sguardo fisso al Cristo in croce, non cessa di ascoltare le sue parole, per imprimerle nell’anima e ripassarle incessantemente, con la gratitudine e la trepidazione di chi le ha ricevute come in testamento.

Inos Biffi da L’Osservatore Romano