I ripensamenti del movimento femminista (ma non in Italia)
di Gianfranco Amato
Tratto da Avvenire del 24 giugno 2010

L’ insospettabile quotidiano co­munista Libe­ration ha aperto  un vi­vace dibattito  sulla cre­scente ‘allergia’ delle francesi tra i 25 e i 35 verso la pillola anticon­cezionale – «rimettendo in discussione il suo aspetto dogmatico» – a favore di me­todi più naturali. Catherine El Mghazli, membro del movimento francese per la pianificazione familiare, afferma che il ricorso a questi metodi (pur in una chia­ve contraccettiva) sarebbe dettato dalla «moda ecologica del momento». Il sor­prendente confronto avviene in un pe­riodo nel quale si ricordano i 50 anni del­la pillola anticoncezionale, un anniversa­rio che ha rappresentato per molte ex femministe l’occasione di un ripensa­mento. Un’interessante rivisitazione del­la rivoluzione sessuale, che alcune prota­goniste di allora guardano ormai con di­sincanto, e talora con sincero pentimen­to. Comincia a farsi strada l’idea che la pillola abbia creato l’illusione effimera di una libertà sessuale senza conseguenze e di un’affettività senza impegni, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Persino un’eroina della rivoluzione ses­suale come Shere Hite – autrice del cele­bre The Hite Report on Female Sexuality (1976), best seller in 29 Paesi – si è pub­blicamente ricreduta in una recente in­tervista al Times : «Ricordo quando co­minciai a prendere la pillola – afferma – ricordo di quanto fossi eccitata per il fat­to di poter controllare la mia sessualità; ricordo l’incontenibile entusiasmo delle donne attorno a me che si sentivano fi­nalmente libere di poter esprimere la propria sessualità senza lo spettro del­l’aborto». E continua: «Anche se c’erano voci femministe fuori dal coro, come quella di Barbara Seaman, che metteva­no in guardia circa gli effetti collaterali della pillola, parlando di infarto, ictus, cancro, trombosi, nessuno sembrava a­scoltarle. Tanto appariva allettante l’idea del sesso libero». «Oggi – confessa l’ex pasionaria – mi pento profondamente di quei giorni. È stato meraviglioso ma or­ribile». Prima di lei anche l’attrice ribelle Jane Fonda, tra le icone del femminismo mili­tante, ha personalmente sperimentato come sia crollato il mito della «liberazio­ne delle donne», arrivando poi alla risco­perta della fede. «Ho incontrato la gran­dezza dell’universo cristiano abbastanza recentemente – ha dichiarato l’attrice – e sono rimasta colpita da quanta ignoran­za ci sia a riguardo, ignoranza che fino a qualche anno fa era patrimonio anche della sottoscritta. Nessuno come Cristo ha saputo celebrare la grandezza delle donne».

Ma non basta. Lorraine Murray, giornali­sta e autrice di Confessions of an Ex-Fe­minist, proprio negli anni ’70 incontra a scuola il movimento di liberazione fem­minile, cui aderisce al grido di «free love», amore libero. Dopo essere caduta in quella che lei ha definito la «prima gran­de bugia» – ovvero la banalizzazione del sesso vissuto senza alcuna responsabilità – incappa anche nella «seconda grande bugia», diretta conseguenza della prima: la «soluzione alternativa» alla pillola. E così conosce la tragica esperienza dell’a­borto, che la segnerà per sempre. Ma proprio attraverso quel «punto di sutura eternamente mal cucito», come direbbe Charles Péguy, passerà per Lorraine la vera liberazione dall’inganno ideologico, e l’incontro con la fede: «Guardando in un’immagine sacra lo sguardo amorevo­le della Vergine Maria verso il Figlio che teneva tra le braccia – spiega – sono riu­scita improvvisamente a scorgere tutta l’ingannevole mistificazione dell’ideolo­gia femminista: strappare un figlio a una madre genera sempre conseguenze de­vastanti per entrambi».

Dell’esperienza di queste tre donne col­pisce l’intelligenza di una ragione umana che non si lascia intrappolare dal pre­concetto, ma che si apre alla realtà fino al coraggio di riconoscere l’errore.

È davvero deprimente, di converso, do­ver constatare che mentre altrove è viva­ce e aperto il confronto sulla mitologia della rivoluzione sessuale e dei suoi deri­vati – pillola, aborto, instabilità dei lega­mi – in Italia tutto ciò resti ancora un in­violabile tabù, un granitico totem ideolo­gico che incombe sul panorama cultura­le. Le intellettuali nostrane che si ergono come epigoni di un femminismo d’antan talora col loro tetro dogmatismo appaio­no come figure patetiche. Un connubio malinconico di amarcord e settarismo, che non concede il minimo spazio con­cettuale al dubbio o all’autocritica.