di Marco Respinti
Tratto da La Bussola Quotidiana il 20 luglio 2011

L’ONU “catechizza” i giovani per farne degli «avvocati del sesso».

E il braccio operativo di cui si servono le Nazioni Unite è l’International Planned Parenthood Federation (IPPF), cioè il più famoso e famigerato, nonché potente e danaroso abortificio del mondo. Così denuncia del Catholic Family & Human Rights Institute di Washington.

In vista dell’ennesimo simposio organizzato per il 25 e il 26 luglio dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione dell’Anno internazionale dei giovani (l’anno è cominciato l’agosto scorso, e chi se n’era accorto?) l’IPPF s’inventa infatti la sessualità disinibita e “generosa” come diritto inviolabile dei giovani da difendere preparandosi, studiando, insomma trasformandosi in veri e propri militanti. Le dritte sono le solite, quelle a cui l’IPPF ha da tempo abituato il pubblico: aborto a richiesta e il più possibile libero, contraccezione a go-go, promiscuità pure, e la masturbazione come strumento “di lotta” e “di governo” di sé. In questo spirito, del resto, nel marzo 2010 l’IPPF predispose una guida a dir poco scandalosa distribuita dall’Associazione mondiale delle ragazze scout durante un simposio “senza adulti” facente parte del convegno annuale della Commissione ONU sulla condizione delle donne. E cose così l’IPPF le torna a scrivere oggi in due manuali giovani pubblicati proprio in vista del suddetto simposio ONU sui giovani.

Il primo s’intitola Exclaim! Young people’s guide to “Sexual rights: an IPPF declaration” (“Esclama! Guida per giovani a Diritti sessuali: una dichiarazione dell’IPPF”). Come recita il titolo, è un vademecum per il corretto uso del manifesto con cui dal 2007 l’IPPF guida una campagna mondiale tesa al riconoscimento dei “diritti sessuali” come diritti umani fondamentali reclamando protezioni giuridiche internazionali della sessualità e del “famoso” gender secondo l’idea che i «governi debbono rispettare, proteggere e soddisfare tutti i diritti sessuali dei giovani».

L’IPPF allena insomma i giovani affinché si facciano carico in sede ONU del sesso libero e abortivo. Per aiutarli nell’azione, il manuale elenca una serie di provvisioni, di nicchie e di “fili di rasoio” giuridici già presenti nella legislazione internazionale inerente i diritti umani che possano essere capziosamente e a fortiori utilizzati per la “buona battaglia”, ed estensivamente interpretati come “diritti sessuali”. Per esempio che il «diritto a conoscere e ad apprendere» includa finalmente «la fine dei programmi di educazione sessuale basati esclusivamente sul concetto di astinenza», promuovendo in loro vece approcci più inclusivi. I giovani, infatti, insiste il manuale dell’IPPF, debbono convincersi: il loro “diritto al piacere sessuale” è sovrano e «sperimentare forme diverse di piacere sessuale è importante per la loro salute e il loro benessere». Di fatto, come scrive esplicitamente il suddetto manuale, significa battersi per la liberalizzazione massima dell’aborto, per l’autonomia totale dell’individuo nel comunicare quale sesso indicare sui propri documenti d’identità e per l’accesso illimitato alla contraccezione per tutti.

Il secondo manuale, I Decide: Young women’s journeys to seek abortion care (“Io decido: viaggi di giovani donne che cercano assistenza per abortire”), raccoglie paginette di diario di giovani in cerca di aborto, impaginate a metà tra il psichedelico e il flower-power d’antan. Tra l’altro, il testo viene pubblicato come parte integrante di un progetto architettato dall’IPPF – “Girls Decide: Stand Up for Choice on Sex and Pregnancy” (“Decidono le ragazze: difendi la libertà di scelta su sesso e gravidanza”) – e lanciato nel 2010 con il supporto del programma di coordinamento con le organizzazioni non governative internazionali del ministero degli esteri dei Paesi Bassi.

Contiene consigli, siti utili, “lo sapevate che in alcuni posti agli adolescenti fan lo sconto sull’aborto?”, schemini e disegnini di come usare pillole, preservativi, spirali, etc., nonché una tabella di comparazione tra i vari metodi abortivi così che le ragazze possano scegliere in serenità. In una delle entry di uno dei diari riprodotti nel manuale si legge di «persone orribili fuori dalla clinica» abortista impegnate a dissuadere le giovani dal sopprimere la vita che portano in grembo: e cioè «una donna che grida, una suora e due vecchi che pregano». In un “nota bene” si ricorda alle ragazze che per provocare aborti “discreti” si possono benissimo usare quelle compresse di Misoprostol che in farmacia si vendono per prevenire le ulcere gastriche: basta assumerle mettendole nascostamente sotto la lingua e «nessuno sarà in grado di dire che avete ingerito un farmaco per indurre l’aborto»: del resto, nota Amanda Pawloski del Catholic Family & Human Rights Institute, «la sezione statunitense della Planned Parenthood è stata di recente messa sotto osservazione pubblica perché sospettata di avere adottato tattiche ingannevoli e illegali con minori».

Ma evidentemente il tarlo sta nel manico. Nonostante la crisi che sta strangolando le economie di mezzo Occidente, è infatti proprio l’ONU che s’indispettisce quando certi governi si mostrano renitenti nel rimpinguare le casse sempre bisognose dell’IPPF.

L’organizzazione abortista dipende dai governi nazionali per il 71% del proprio budget e la riduzione delle donazioni operata l’anno scorso, complice la crisi, da Giappone, Svezia e Germania si è fatta ampiamente sentire. Soprattutto è però pesata molto l’analoga decisione del governo canadese, visto che ha fatto mancare all’organizzazione più di 5 milioni di dollari americani e che ancora sta discutendo se finanziarla nel 2011. In più, anche il contributo statunitense è pencolante, visto che nell’era di Barack Obama – di suo ben più generoso verso l’IPPF del suo predecessore George W. Bush jr. – molte assemblee legislative di Stati dell’Unione nordamericana – tra cui diverse di quelle che nelle elezioni di “medio termine” del 2 novembre 2010 hanno visto trionfare maggioranze apertamente pro-life – hanno deciso, per ciò che è di loro competenza, di non finanziare l’IPPF.

Sul punto è illuminante quanto documenta l’American Life League (ALL), una delle maggiori organizzazioni statunitensi in difesa della vita (e la maggiore di quelle cattoliche), diretta a Stafford, in Virginia, dalla cattolica Judie Brown. L’ALL – che fra i suoi progetti annovera STOPP, acronimo di “Stop Planned Parenthood”, una task force dedicata fondata anni fa da James W. Sedlak, oggi vicepresidente della stessa ALL – ricostruisce bene il percorso che porta illegalmente nelle casse dell’aborto americano i circa 363 milioni di dollari di fondi federali che annualmente il governo americano garantisce all’IPPF affinché ci paghi i preservativi da distribuire gratis nel Paese e le lezioni di educazione sessuale che sponsorizza. Negli Stati Uniti esiste infatti l'”Hyde Amendment”, ovvero una legge voluta dal defunto deputato Repubblicano e cattolico Henry J. Hyde (1924-2007) che dal 1976 impedisce – quando la Casa Bianca e il Congresso scelgono di rispettarla – di utilizzare il denaro dei contribuenti americani e i fondi per l’assistenza sanitaria nazionale per finanziare l’aborto, la stessa legge che permise a Bush jr. di negare i fondi all’IPPF e che invece l’Amministrazione Obama vive da sempre come spina nel fianco.

Per queste ragioni laddove non sortisce gli effetti sperati con le proprie esortazioni ai governi nazionali – l’ammanco denunciato dall’IPPF nel 2010 è di 16 milioni di dollari, cioè l’11% del bilancio -, l’ONU – che evidentemente ha molto a cuore le attività mondiali dell’IPPF – interviene direttamente di tasca propria. Anche perché le riduzioni di budget a cui stata costretta hanno portato l’IPPF a concentrare i propri sforzi proprio sull’obiettivo ONU nel tentativo di ottenere l’inclusione nei suoi documenti chiave di quei linguaggi più possibilisti che, per esempio, come auspicato dalla guida Exclaim!, tollerino anche il concetto di “diritti sessuali” o l’idea della “salute riproduttiva” come comprensiva pure dell’aborto.

I conti del 2010 rivelano infatti che il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) ha aumentato di più di 1, 6 milioni di dollari e che un altro milione (e più) è stato elargito dall’UNAIDS, l’agenzia per la lotta all’infezione da HIV; che la più recente creazione del Palazzo di Vetro, Donne-ONU (UN Women), ha debuttato nell’elenco dei benefattori dell’IPPF con un versamento di 330mila biglietti verdi; e che altri 400mila dollari sono stato collettivamente offerti dalla Banca Mondiale, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e ancora da UNAIDS strettisi a cartello. Fra riduzioni di bilancio e aiuti ONU, comunque, l’IPPF riesce a mantenere sempre elevatissimi i numeri delle sue performance mondiali: 1.411.000 «servizi correlati all’aborto» e 152 milioni di preservativi distribuiti gratuitamente.