Parla il nuovo segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata

di Carmen Elena Villa

CITTÀ DEL VATICANO, martedì, 23 novembre 2010 (ZENIT.org).- A tre mesi dalla   sua nomina a segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, monsignor Joseph William Tobin confessa di avere nostalgia per la vita missionaria della sua vocazione come sacerdote redentorista, anche se considera il suo ruolo sempre di più come un lavoro missionario.

“Non è un semplice lavoro di pratiche e documenti”, assicura. “Si tratta di fare in modo che le congregazioni dei consacrati e consacrate del mondo rispondano con sempre maggiore fedeltà alla loro vocazione”, ha detto a ZENIT il nuovo vescovo, dal suo ufficio ubicato in piazza Pio XII, dove termina via della Conciliazione prima di sfociare in piazza San Pietro.

Monsignor Tobin è passato quindi dal suo ruolo di superiore generale dei Missionari redentoristi, che ha svolto dal 1997, a quello di segretario della Congregazione per gli istituti di vita religiosa e le società di vita apostolica, in seguito alla nomina del 2 agosto scorso da parte di papa Benedetto XVI.

Nato a Wayne County, Detroit, nello Stato di Michigan, Stati Uniti, nel 1952, monsignor Tobin è stato ordinato sacerdote nel 1978 e consacrato vescovo lo scorso 9 ottobre. “Ringrazio Dio per la mia vocazione”, ha detto nell’intervista rilasciata a ZENIT. “Lo considero un dono immeritato”, confessa.

In che modo ha accolto questa nomina da parte del Papa?

Monsignor Joseph William Tobin: Come un’espressione di fiducia da parte del Santo Padre, che mi fa sentire indegno ma allo stesso tempo mi incoraggia ad adempiere a questo compito, perché so che il Papa ama la Chiesa e ha anche un amore particolare per la vita consacrata. Dandomi questo incarico ha voluto condividere con me una responsabilità pastorale che è molto vicina al suo cuore. Anzitutto ringrazio il Signore e rispetto e accetto con molta umiltà questo gesto di fiducia.

Confesso che rappresenta anche un sacrificio perché io sono un missionario e pensavo che dopo aver servito per 18 anni nel governo – prima come consultore e poi come superiore generale – della mia congregazione, il Signore mi avrebbe concesso un altra forma di missione, ma ritengo che quello che facciamo qui non sia un lavoro burocratico. Servire le congregazioni religiose del mondo è di per sé un lavoro di missione.

Alla sua nuova missione si aggiunge l’esperienza della recente ordinazione episcopale e il vivere in pienezza l’ordine sacerdotale…

Monsignor Joseph William Tobin: C’è stato un momento molto forte nella liturgia della mia ordinazione episcopale, durante la litania dei santi. Mi piace molto questa parte del rito. Soprattutto quando si evocano due grandi santi: il mio patrono di battesimo, San Giuseppe; e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il fondatore della mia comunità.

Quando ero prostrato a terra ero cosciente che la Chiesa intera stava pregando e chiedendo al Padre celeste il dono dello Spirito e con molta fiducia pensavo che Dio non avrebbe potuto negare questa preghiera. È stato molto bello per me anche l’imposizione delle mani che è il nucleo centrale, con la preghiera di consacrazione.

La sua precedente esperienza è di superiore dei redentoristi. Che insegnamenti le ha lasciato per il suo nuovo incarico?

Monsignor Joseph William Tobin: Ho avuto la benedizione di poter accompagnare una comunità presente in tutto il mondo. Siamo circa 5000 consacrati nel mondo e lavoriamo in 78 Paesi. Questo per me ha rappresentato una sorta di scuola quotidiana per imparare la pluriculturalità della vita consacrata, cercando sempre il cardine e la forza che ci unisce, che è lo spirito religioso.

Credo che servire una comunità pluriculturale, con le sue luci e le sue ombre, mi sia servito nella preparazione di queste nuova missione. Anche quello di lavorare in quest’equipe internazionale. Nella curia eravamo 11 fratelli provenienti da 10 Paesi. Questo implica che ci si debba aggiustare ad altri modi di pensare e che non si corra il rischio di idealizzare la propria cultura.

Quali sono le sfide che deve affrontare come segretario di questa Congregazione?

Monsignor Joseph William Tobin: Alcune sono molto urgenti. Per esempio esistono numerose congregazioni religiose in Africa che versano in uno stato molto precario, che sono state fondate e a volte abbandonate a livello diocesano e locale. Dobbiamo chiederci come aiutarle e assicurare loro gli elementi necessari e a volte quelli basilari come il cibo e gli alloggi, nonché le risorse per la loro formazione iniziale e continua.

E cosa può fare la Chiesa universale per queste congregazioni?

Monsignor Joseph William Tobin: Credo che un valore molto importante sia quello della solidarietà. Siamo un’unica famiglia. Ci sono molti consacrati e consacrate nelle chiese locali che hanno molte risorse mentre a volte potrebbero vivere in modo più semplice. In questo modo si potrebbe dare un appoggio maggiore ai fratelli e alle sorelle che si trovano in condizioni molto difficili.

La cosa più importante è che non si sentano isolati o abbandonati. Le congregazioni, per quanto piccole siano, appartengono alla Chiesa universale, soprattutto quando godono dell’approvazione a livello diocesano o pontificio, e devono sentirsi parte della Chiesa, appoggiate e rafforzate.

Un’altra sfida è quella delle visite apostoliche alle congregazioni religiose negli Stati Uniti…

Monsignor Joseph William Tobin: Una chiave per noi è che i religiosi devono essere maestri e maestre di dialogo, perché sono maestri e maestre di vita fraterna. Credo che un punto molto importante sia il dialogo e credo che i fratelli o le sorelle debbano avvicinarsi nella ricerca reciproca della verità.

Quando andavo a visitare i miei fratelli durante i miei anni da superiore generale dei redentoristi gli dicevo: “Non vengo come poliziotto, ma neanche come turista. Vengo come qualcuno che scommette su ciò che ha di più prezioso: la vita dedita a un progetto che è la missione della congregazione”.

Quando parliamo come consacrati e consacrate dobbiamo renderci conto che stiamo parlando della scommessa della nostra vita che deve avere senso e magari deve essere aggiustata in qualche cosa. Dobbiamo dare spazio alla grazia della conversione, che è sempre una sfida della vita consacrata. A mio modo di vedere questo è un dialogo, una scommessa, che è al contempo una risposta.

Come si può lavorare perché le antiche comunità rimangano fedeli al carisma originale?

Monsignor Joseph William Tobin: Io invito sempre i redentoristi a riflettere sull’ispirazione di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. È vero che la secolarizzazione è una sfida, ma ne esistono anche altre.

Ricordo che una volta, visitando una provincia che viveva sotto una dittatura militare, i fratelli mi dicevano “anche se abbiamo denunciato il regime e alcuni di noi siamo stati in carcere, questo modo di pensare dei militari ci ha penetrato e a volte ci trattiamo gli uni gli altri come militari”.

Come dice Paolo VI nella sua esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: “La Chiesa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo”. Per noi si tratta di entrare all’interno di una cultura, senza perdere l’anima. Questa è la sfida e credo che molte congregazioni della Chiesa continueranno a svilupparsi su queste domande.

Stanno anche nascendo molte nuove congregazioni…

Monsignor Joseph William Tobin: L’immagine che ho della vita consacrata è come un ecosistema fiorente in cui emergono nuove forme come segno di salute dell’ecosistema. Dobbiamo sforzarci per conservare le cose buone del passato e accogliere le cose nuove che va suscitando lo Spirito.

Ma d’altra parte è in atto una crisi di vocazioni alla vita consacrata.

Monsignor William Tobin: Soprattutto in Occidente. In Nigeria, per esempio, questa crisi non c’è. I redentoristi ricevono da quel Paese, ogni anno, 500 richieste per entrare, e ne scegliamo 14. In altri Paesi africani la situazione è più o meno simile. Anche in Vietnam, Tailandia, Indonesia, ci sono molte vocazioni.

È vero che in alcuni luoghi, soprattutto dell’Europa occidentale, del Canada e Stati Uniti, è in atto una crisi vocazionale, ma in altre parti del mondo la crisi consiste nelle scarse risorse a disposizione per il buon numero di persone che si stanno formando. La crisi non è sempre numerica.

Che apporto danno le congregazioni religiose alla Chiesa come corpo mistico di Cristo?

Monsignor Joseph William Tobin: I consacrati devono mostrare ed evidenziare nella loro vita una certa libertà, che è diversa dalla libertà del laico. È vero che i laici sono liberi di andare dove i religiosi non possono arrivare, ma noi siamo ancora più liberi di vivere una vita missionaria non avendo tante responsabilità di famiglia. Se non usiamo bene questa libertà, dobbiamo ricordarci che la vita consacrata non è una vita di irresponsabilità ma una vita di una libertà radicale.

Credo che sia una cosa molto buona che la Chiesa insista sulla vocazione battesimale. Ma dobbiamo ricordare che sia il Concilio Vaticano II, sia poi Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica Vita consecrata, ci hanno detto che la vita consacrata è essenziale all’interno della vita della Chiesa. “Con la professione dei consigli evangelici i tratti caratteristici di Gesù – vergine, povero ed obbediente – acquistano una tipica e permanente «visibilità» in mezzo al mondo”, ha detto il Papa.