Deficit formativo, agenzie e ruolo della famiglia
di Carla Collicelli
Tratto da Avvenire del 13 ottobre 2010

Di bambini e di adole­scenti si parla prevalen­temente in occasione di fatti di cronaca nera, come sta accadendo per il terribile caso di Sara, al centro delle cronache, anche televisive, negli ultimi giorni. Come se una società, che sta rapidamente invecchiando e che si occupa molto di anziani, trovasse normale derubricare dal proprio campo di attenzione l’età minorile nella sua normalità – relegandola in una sorta di invisibilità sociale – e si risvegliasse solo di fronte a eventi gravissimi. In particolare, non si considerano con la dovuta attenzione l’importanza della relazione educativa tra adulti e bambini, e i rischi del suo venir meno. Nel caso di Sara, ad esempio, siamo ancora una volta di fronte a una violenza perpetrata nell’ambito familiare, e al triste intreccio tra violenza e pulsioni sessuali di adulti nei confronti di adolescenti. Il che potrebbe sembrare quasi un paradosso in una situazione in cui, tra le tante trasformazioni in atto, si considera positivamente quella sorta di evoluzione della consapevolezza della famiglia, divenuta sempre più soggetto affettuoso, attento alla qualità della vita, al dialogo, alla comprensione reciproca.

In effetti, accurate ricerche, anche del Censis, ci rimandano un quadro della famiglia italiana come soggetto forte e attivo nella cura dei più deboli, compresi i minori. Un quadro che non fa quasi mai notizia. Mentre gli episodi che assurgono all’onore della cronaca, rimandano a un’evidente fragilità educativa e relazionale, presente in una categoria minoritaria di famiglie. In questi casi si riscontra quasi sempre una relazione intergenerazionale che tende a banalizzarsi, e una riduzione ai minimi termini, se non addirittura un totale annullamento, dello scambio valoriale tra i membri familiari delle diverse generazioni. Il che si sposa con la eliminazione dai vissuti familiari della dimensione etica, con la spinta a costruirsi un’identità fuori di casa o davanti allo schermo del televisore o del computer, e anche – nei casi più gravi – con la ricerca di esperienze estreme di abuso, prevaricazione e violenza.

Più in generale le analisi sulla funzione educativa nella famiglia e nella società rimandano a una crisi di senso delle funzioni dell’apprendere e dell’insegnare, tenuta in vita ormai da poche e minoritarie agenzie educative extrascolastiche, come lo scautismo e – soprattutto al Centro-Nord – l’attività degli oratori. Cresce il deficit formativo non tanto nelle fattispecie formali, quali i titoli di studio o le competenze professionali, di cui pure molto si parla, quanto nelle capacità di affrontare la vita con scelte responsabili, di compiere delle scelte e anche di difendersi dal male altrui.

Il rafforzamento degli specialismi e delle tecnicalità nel modo di affrontare i problemi delle giovani generazioni, e la perdita di competenza nelle relazioni educative familiari, sono due facce di una stessa medaglia, quella di un mondo che rischia di far crescere ‘le passioni tristi’, al posto di quelle di impegno positivo e di sano affetto familiare. Il compito è allora quello di ripensare il ruolo educativo, rilanciando lo scambio tra generazioni sul piano della condivisione dei valori più profondi e degli obiettivi civili, politici, sociali, lavorando per la costruzione di un contesto educativo più largo attorno alle tradizionali agenzie di socializzazione ed istruzione e sostenendo la famiglia nel suo ruolo educativo.