A più di 30 ore dal distacco del respiratore artificiale Kim, 77 anni, respira in maniera autonoma. I medici riferiscono che le condizioni sono “stabili” e “vive più di quanto ci aspettassimo”. Nel Paese monta la polemica sulla “morte dolce”. Docente cattolico denuncia una errata interpretazione della sentenza del tribunale.

Seoul (AsiaNews/Agenzie) – È ancora viva e respira in maniera autonoma la donna di 77 anni in coma profondo dal febbraio 2008, alla quale ieri i medici del Yonsei Severance Hospital di Seoul hanno staccato il respiratore artificiale e l’alimentatore. L’operazione è stata eseguita alle 10.24 del 23 giugno alla presenza dei familiari della donna, il cui nome completo è Kim Ok-kyung ed entrata in coma in seguito a un’emorragia interna causata da intervento di endoscopia malriuscito. I medici che seguono il decorso riferiscono che “sta vivendo più di quanto ci aspettassimo”, continua a respirare “in maniera autonoma” anche per il secondo giorno e le sue condizioni sono “stabili”.
Intanto nel Paese monta la polemica sul “diritto di morire in maniera dignitosa”. La vicenda legata a Kim è infatti il primo caso di “morte dolce” o “eutanasia passiva” in Corea del Sud. I medici hanno eseguito una sentenza emessa il 21 maggio scorso dalla Corte Suprema, a seguito di una lunga battaglia legale fra i parenti della donna – che volevano rimuovere la spina – e la clinica, contraria al distacco.
Nella sentenza emessa dai giudici si spiega che Kim è “entrata in uno stadio irrevocabile” dal quale è “impossibile” prevedere una “ripresa”, aggiungendo che “la morte sarebbe imminente senza l’aiuto di un respiratore”. I fatti delle ultime ore sembrano smentire quanto scritto dai giudizi fra le motivazioni della sentenza.
Lee Jae-hyuk, portavoce dello Yonsei Hospital, riferisce che “l’ospedale continua a prendersi cura di lei finché respira”. Egli aggiunge che non si registrano “sintomi inusuali”. Una seconda fonte ospedaliera afferma che “Kim non era in punto di morte” ed è questa la ragione per cui “la donna è ancora viva”.
Nelle scorse settimane la Chiesa cattolica sud-coreana ha espresso preoccupazioni in merito alla vicenda della donna in coma, sottolineando una errata interpretazione della sentenza dei giudici. Lee Dong-ik, docente dell’Università cattolica di Corea, spiega che il tribunale ha ordinato l’interruzione di “cure mediche inutili al fine di prolungarne la vita”, ma non ha imposto “di farla morire”. Egli precisa che il dibattito dovrebbe incentrarsi sul diritto a “morire in maniera dignitosa”, non sull’eutanasia che implica una “morte intenzionale”. Joi Hun-jeong, portavoce dell’Associazione dei medici sud-coreani (Kma), anticipa che “entro settembre verranno pubblicate delle linee guida” per regolare gli aspetti che riguardano il “morire con dignità”.