di Lorenzo Bertocchi da www.lanuovabq.it

Caffarra e Benedetto XVI

Nella lectio magistralis del Cardinale Carlo Caffarra, tenuta a Bologna all’apertura dell’anno formativo di educazione cattolica per insegnanti, c’è un passaggio chiave. I commentatori si sono soffermati sul passo mediaticamente più forte, vale a dire la netta contrarietà dell’Arcivescovo di Bologna alla sostituzione delle parole “padre” e “madre” con “genitore 1” e “genitore 2”, ma c’è un concetto che davvero merita molta attenzione. Anche rispetto alla recente polemica nata intorno alla lettera che Papa Francesco ha inviato al quotidiano Repubblica.

«Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola ‘amore’ – dice Caffarra – come mai? Perché è avvenuto come uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto ‘amore’, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente». Così – conclude il Cardinale – «la verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile».

L’affondo è di grande rilevanza, qui il Cardinale ricorda a tutti noi, in particolare a quelli che vorrebbero una verità liquida, che anche l’amore, la misericordia, ha una sua realtà ineludibile, una sua verità. Il riferimento era legato all’affettività umana, ma il Cardinale, per rafforzare ulteriormente il concetto, ha citato un passo dell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, un passo molto chiaro: «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo, l’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità».

Questa è la dottrina cattolica, quella stessa che il Santo Padre ha voluto arrischiare nel tentativo di dialogo con il non-credente Scalfari, un tentativo che, tra l’altro, ricorda all’interlocutore che la verità non è né variabile, né soggettiva. “Tutt’altro”, scrive Francesco.

Caffarra, che fu il primo preside dell’istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, era già intervenuto sul tema delle unioni omosessuali lo scorso luglio, per rispondere ad una dichiarazione del sindaco di Bologna. In quell’occasione aveva espresso in modo efficace il rammarico di molti: «Affermare che omo ed etero sono coppie equivalenti, che per la società e per i figli non fa differenza, è negare un’evidenza che a doverla spiegare vien da piangere. Siamo giunti a un tale oscuramento della ragione, da pensare che siano le leggi a stabilire la verità delle cose».

Oggi riprende quel suo ragionamento e lo fa con una considerazione che, appunto, vien da piangere a doverla porre: il matrimonio omosessuale – riconosce lapalissianamente Caffarra – «è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana». Eppure, aggiunge, diverse legislazioni che hanno riconosciuto una coniugalità omosessuale «hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o al ricorso alla procreazione artificiale». Siamo già alla netta separazione tra coniugalità e procreazione, ormai è indifferente che la nuova vita sia generata o prodotta. Il tema dell’utero in affitto qui è sotto traccia, ma evidente.

Ma allora, conclude Caffarra, «che ne è della persona umana che entra nel mondo? (…) Ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona».

La via intrapresa, quella che fa dell’amore un concetto vuoto di verità e pieno solo di sensazioni soggettive, ci conduce verso questo baratro in cui anche la dimensione biologica come elemento costitutivo della genealogia scompare.