di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 23 ottobre 2009

Ci mancano tredici milioni di figli. In Eu­ropa, e solo negli ultimi dieci anni, non sono nati tredici milioni di figli. Oltre un mi­lione e duecentomila aborti all’anno. Tre­mila e trecento i figli che gli europei cancel­lano, ogni giorno. Le elaborazioni sono del­­l’Istituto europeo di politica familiare, sulla base di dati Eurostat.

I numeri, sono qualcosa di oggettivo. Non come le opinioni. I numeri stanno lì, fermi, incontestabili. E davanti a questi numeri ci si dovrebbe, crediamo, almeno fermare un momento. Anche chi non ha dubbi sul di­ritto all’aborto, forse davanti a questa cifra – dei soli ultimi dieci anni – potrebbe la­sciarsi interpellare da qualche domanda. Perché siamo abituati a pensare all’aborto come scelta individuale, riguardante in fon­do solo la donna e al massimo la sua fami­glia. Ma il bilancio tracciato dall’Istituto mo­stra l’aspetto collettivo, la somma di tutte queste scelte indivi­duali. Che è, alla fi­ne, quasi una gene­razione mancante a questa Europa. Tre­dici milioni che non ci sono nei banchi delle scuole, nei campi di pallone dei nostri quartieri – nelle nostre case, la sera. Nelle tabelle, nei grafici, milioni di singole e spesso so­litarie scelte indivi­duali si addizionano, si allineano, diventano un esercito: eccoli, tutti i figli che non abbiamo voluto. E non è necessario, crediamo, essere dei pro-life per guardare a queste schiere di figli non nati con dolore: come si guarda a una sconfitta, come si guarda a una bellezza perduta.

Tra le pieghe del rapporto si apprende che nella “vecchia” Europa dei 15, più bene­stante dell’Europa allargata a 27, in questi dieci anni il numero di aborti è aumentato. Che dal 2000 a oggi la Spagna ha raddop­piato gli aborti (da 63 mila a 122 mila) – e questo fa pensare che la cultura e la politi­ca di un Paese c’entrino, e tanto, nell’in­fluenzare la scelta fra un sì e un no. L’Italia invece risulta in leggero calo; anche se oltre un milione e trecentomila di quei tredici mi­lioni di figli che mancano in questi dieci an­ni sono nostri. Ancora: in Europa una gra­vidanza su cinque finisce in un aborto, e un aborto su sette è di una ragazzina sotto i vent’anni.

Numeri. Con la asettica freddezza propria dei numeri. Milioni di private scelte rap­prese in quelle file di zeri implacabili. È un fatto: tredici milioni di figli ci mancano. Mentre gli esperti si affannano a spiegare le conseguenze sociali del declino demografi­co, e ci descrivono una futura Europa di vec­chi, e di vecchi spesso soli e spesso poveri, sarebbe leale stare a guardare questi grafici e domandarci se l’individuale “diritto” cui l’Occidente inneggia da trent’anni non mo­stri ora le sue drammatiche conseguenze collettive. Se, invece di introdurre la pillola abortiva, o di allargare il libero aborto alle se­dicenni come in Spagna, non sarebbe il ca­so di fermarsi un momento e di riflettere. Davvero tutto può essere solo ristretto nel “privato”, e la dimensione comunitaria è  ir­rilevante?

Pochi giorni fa ad Ars il cardinale Schön­born, arcivescovo di Vienna, alla fine degli esercizi predicati a mille preti in occasione dell’Anno Sacerdotale, ha detto: «Il dram­ma dell’Europa è la denatalità. L’Europa si sta suicidando nell’aborto dei suoi figli». Co­me un pugno nello stomaco, la diagnosi del­l’arcivescovo della città che è il cuore della vecchia Europa (cuore invecchiato, dove metà degli abitanti vive da ‘single’). Quel­le parole ci hanno ammutoliti, e quasi sia­mo stati tentati di dirci che erano eccessi­vamente severe. Ma tredici milioni in meno. Non è la stessa cosa, detta con la freddezza dei numeri?

Un esercito, che non c’è. Che non diventerà grande, che non ci darà dei nipoti. E che e­ra fatto di figli: di primi passi, e primi giorni di scuola, e giochi in cortile. Vita, che non è stata. (Se, almeno, avessimo il coraggio di ammettere un collettivo dolore).