«Sempre più discriminate le famiglie a vantaggio delle coppie di fatto. E’ evidente che il patto tra lo Stato e il cittadino si è rotto: tanto vale sposarsi in chiesa e per il resto arrangiarsi. Come? Semplice, con una normalissima e vantaggiosissima convivenza». La provocazione arriva dall’Emilia Romagna ed è di quelle che fanno rumore. Il presidente del Forumfamiglie Emilio Ricchetti, avvocato ed esperto di diritto famigliare, è furibondo. Colpa dell’ultima trovata della Regione che, per adeguare il rincaro dei ticket sanitari alle disposizioni del Governo, ha pensato di applicare il sistema di calcolo più discriminatorio che ci sia. Cumulare i redditi degli sposati e inserirli nelle fasce più alte. Mentre per i conviventi no, per loro ognuno per sé. Così si risparmia e si finisce nella fascia dei meno abbienti.

Ricchetti definisce la normativa adottata dalla Regione come discriminatoria, «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Ma questo è stato possibile perché prima c’è stato un piano sistematico di distruzione della famiglia di cui, evidentemente, il consiglio regionale in cui siedono anche tanti sedicenti cattolici, non si è accorto. O non si è voluto accorgere.

Siamo nella terra dei Dico alla bolognese. Giunte rosse e welfare che funziona più o meno per tutti. Con qualche ma. Dal 1 ottobre chi accede a visite specialistiche o all’acquisto di farmaci viene collocato in tre fasce: sotto i 36mila euro di reddito lordo all’anno, dai 36 ai 70mila e dai 70 mila ai 100mila. Sopra i 100mila si paga il prezzo pieno. Ma è il sistema di calcolo per l’ingresso nella fascia che sorprende per una mancanza di visione tipica di una burocrazia del secolo scorso.
Se si è sposati, anche con figli, si sommano i redditi dei due coniugi e non è difficile, nel caso di due sposi che lavorano entrambi, che questi vadano a finire nella fascia intermedia. Ma se si è invece una coppia di fatto, magari con lo stesso numero di figli e lo stesso reddito totale (ad esempio 40 mila euro all’anno), i redditi non si sommano e i componenti della coppia di fatto, con relativi figli a carico, vengono inseriti nella prima fascia, riservata alle categorie protette. Visione family friendly? Zero. Quoziente famigliare? Nemmeno.

«Soltanto un’ingiustizia, che nasce dal disprezzo delle regole costituzionali», tuona Ricchetti. A parte gli articoli 29, 30 e 31, l’articolo 53 recita che «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Bene. Dunque la capacità contributiva è il criterio per determinare quante tasse pagare, ma è evidente a tutti che la capacità di un coniuge con 4 figli non è uguale a quella di un single. Con la decisione della Regione di cumulare i redditi degli sposati, anche se con tanti figli, ma non dei conviventi, e inserirli in una fascia più elevata, si è sancito il contrario.

Che fare allora? «La prima cosa è riconoscere che il patto è saltato. Il patto tra il cittadino e lo Stato. Lo Stato mi ha detto che se mi sposo avrò degli obblighi, che tra l’altro sono sanciti dagli articoli 143, 144 e 147 del codice civile e vengono letti durante i matrimoni, sia civili che religiosi: l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale, il dovere dei coniugi a mantenere e istruire la prole, ma non riconosce questo mio sforzo economico, fatto nell’osservanza di un obbligo giuridico.
Ma adesso lo Stato, e con esso le Regioni e, per quel che possono i Comuni, non riconoscono più un principio stabilito nell’articolo 34 del Concordato, di voler dare dignità alla famiglia, tra l’altro conforme alle tradizioni cattoliche del popolo italiano». Da qui la provocazione del presidente del Forum delle associazioni famigliari che è destinata a far discutere.

«Io mi sposo solo religiosamente, secondo una formula prevista dal codice di diritto canonico, così non ho più obblighi nei confronti di mia moglie. E’ una provocazione che faccio principalmente ai cattolici e ai politici cattolici: sposarsi in chiesa nella consapevolezza che il matrimonio fonda la famiglia e che senza matrimonio non c’è famiglia. Ma è anche un paradosso che vorrei rivolgere ai tanti che ci accusano: proviamo ad eliminare l’istituto stesso del matrimonio, che è preesistente il cristianesimo. I cattolici si sposino religiosamente e vivano secondo i dettami della Chiesa e cioè “io prometto di esserti fedele sempre, di amarti etc…. Dopo di che andiamo a vivere civilmente come conviventi e chiediamo gli stessi diritti delle coppie di fatto. Riusciranno a stanarci?», si chiede non prima di aver specificato che la sua provocazione è rivolta anche alla società civile in modo che «provi ad interrogarsi su che cosa accadrebbe se la famiglia scomparisse e fosse sostituita da tante unioni giuridicamente indifferenti, che non sono fonti di diritti e doveri. In questo modo cominceremmo a comprendere l’assurdità di un sistema giuridico che deve difendersi dagli evasori finti divorziati per goderne benefici conseguenti».

Il fatto è che la Repubblica riserva un trattamento fiscale talmente vantaggioso a chi si separa, che in tanti sembrano averci fatto più di un pensierino. Quello delle separazioni fittizie evocato da Ricchetti è uno dei temi emergenti di una situazione che, laddove toglie ossigeno alle famiglie coniugate, fa prosperare anche un sottobosco di furbetti.  I furbetti del cosiddetto quoziente fai da te, come sono stati chiamati.

La separazione fittizia, ossia un divorzio organizzato ad arte per ottenere benefici fiscali, sta diventando un fenomeno sociale allarmante: si calcola che il 7% dei divorzi siano fatti per questo scopo. «Una follia, certo – commenta Ricchetti – che per arginare o impedire, va anzitutto conosciuta. Poniamo infatti che mi separi fittiziamente e debba versare alla mia ex moglie mille euro al mese come contributo al suo mantenimento. Ebbene, questo contributo è fiscalmente detraibile. Oppure gli asili. Per due persone separate o non coniugate, non scattano quelle valutazioni reddituali che ci sono per gli sposati. Il fatto è che nessuno sembra rendersi conto che la disaffezione della gente per la politica nasce proprio da questa perdita di fiducia nelle istituzioni che vengono meno ad un patto. La famiglia è un’associazione intermedia, il vero motore del Paese, ma se la distruggi smantellandola piano piano e togliendole dignità, è chiaro che poi la gente cerchi altri modi per saltarci fuori».

Fin qui Ricchetti, espressione di una delle tante associazioni
che da sempre combattono per promuovere il valore sociale della famiglia fondata sul matrimonio, uno dei perni di quei valori non negoziabili si cui Benedetto XVI ha impostato buona parte del suo pontificato circa l’impegno in politica.

Ma quali sono i casi in cui i conviventi sono beneficiati fiscalmente rispetto agli sposati? Caso ticket emiliano a parte, per il quale sembra che la protesta abbia raggiunto un punto di non ritorno, c’è anche chi, appartenente ad associazioni di famiglie ha ipotizzato di organizzare una cerimonia pubblica di “divorzio” per provocare le istituzioni, i furbetti della separazione fittizia si calcola che in Italia siano 8.000.

Tante sarebbero le separazioni fittizie fatte per gabbare il fisco. Un evidente prova del disprezzo per l’istituzione del matrimonio che comporta non solo vantaggi fiscali, ma anche priorità nell’accesso di servizi per l’infanzia, Isee ridotto, tasse e servizi comunali pensati per aiutare una famiglia che si sfascia, in difficoltà, che diventano una pacchia per i soliti furbi. Che probabilmente sono anche più di 8.000, come ipotizza l’associazione Famiglie Numerose, da sempre in prima fila nel denunciare questo fenomeno.

In questi casi il coniuge economicamente più debole, che si tiene a carico tutti i figli, può usufruire di maggiori assegni familiari, ha un Isee più basso che gli consente di accedere a tutte le agevolazioni sui servizi, mentre l’altro coniuge può scaricare l’assegno di mantenimento. «Ma i padri costituenti -si chiede l’Associazione Famiglie Numerose sul suo house organ – non scrissero che la “Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia?”».

Invece evidentemente 40 anni di cultura divorzista hanno prodotto questi risultati. La stessa associazione ha lanciato sul suo sito un sondaggio. «Avete mai pensato di divorziare per risparmiare sulle tasse? Il 43,12% ha risposto «sì e lo faremo (o lo abbiamo già fatto)», il 20,07% «no, ma potrebbe essere un’idea». Tra l’altro lo Stato ha pochi strumenti per intervenire: come fa ad ad esempio ad entrare nel merito di una separazione? Non può certo guardare dal buco della serratura». Ne consegue che all’inizio del terzo millennio ci ritroviamo con tassi di divorzio a due cifre e un fisco che è diventato sempre più un elemento decisivo anche nella scelta del tipo di rapporto legale tra persone dello stesso nucleo.

Facciamo qualche esempio. L’Associazione Famiglie numerose ha chiesto ad un esperto di effettuare una simulazione: il caso di un ipotetico Mario Rossi con un imponibile di 80 mila euro. Ebbene: si può arrivare a risparmiare anche 5 mila euro all’anno. Come? Separandosi pro forma e concordando un assegno annuale di mantenimento di 20.000 euro al coniuge e di 7.500 euro per ognuno dei due figli. In caso di separazione il signor Mario Rossi decurterà dal proprio reddito l’importo di 20.000 euro corrisposto al coniuge (importo che diventerà tassabile per quest’ultimo), non potrà fare lo stesso per l’ammontare di 15.000 corrisposto per i due figli (comunque non tassabile per questi ultimi), ma potrà usufruire (come anche la moglie) delle detrazioni d’imposta per i figli a carico. Nella nuova situazione fiscale Mario Rossi avrebbe un imponibile di 60.000 euro e pagherebbe una imposta Irpef corrispondente di 19.270 alla quale vanno aggiunte le addizionali comunali e regionali (2%) per un importo di 1.200 euro e sottratte le detrazioni per i due figli a carico per un importo di 364 euro. L’imposta dovuta sarebbe di 20.106 euro. Il coniuge invece con un imponibile di 20.000 euro pagherebbe una imposta Irpef corrispondente di 4.800, addizionali comunali e regionali (2%) per 400 euro e godrebbe di detrazioni per i due figli a carico per 655 euro. L’imposta dovuta sarebbe di 4.545 euro. Considerando i due coniugi “separati” avremmo una imposta complessiva di 24.651 euro contro i 29.170 pagati in precedenza dal solo Mario Rossi con un risparmio d’imposta di 4.519 euro.

Ma c’è di più: non potendo il nostro Mario Rossi risiedere ufficialmente insieme alla ormai ex moglie ed ai due figli, dovrà trasferire la sua residenza in un altro immobile, magari una seconda abitazione, che diventerebbe prima e non sarà più soggetta ad alcuna imposta erariale, Ici e avrebbe sconti sulla Tarsu . Ma c’è di più: i suoi figli a seguito della separazione potranno disporre di diverse agevolazioni (sussidi scolastici, borse di studio, viaggi premio, soggiorni estivi, etc…)
Attenzione però, separazioni e non divorzi, sennò il giochino si rompe perché verrebbero meno altri benefici. Ecco perché secondo l’associazione «per capire il fenomeno sarebbe sufficiente vedere quante separazioni non si trasformano in divorzi anche perché i divorzi, quelli veri, portano sempre la gente su lastrico. Anche nell’utilizzo del valore Isee, l’istituto che serve per calcolare rette scolastiche, mense o bonus energia si evince un effettivo risparmio sostituendo alla famiglia tradizionale una situazione di separazione o di convivenza».

di Andrea Zambrano da La Bussola Quotidiana