di Piero Gheddo
Tratto da La Bussola Quotidiana il 5 settembre 2011

La Bussola Quotidiana mi chiede cosa penso di questa dichiarazione di don Antonio Mazzi alla festa nazionale del PD a Pesaro (cito da “Il Giornale”):

“Le risposte della Chiesa in merito ai casi di pedofilia che sono emersi in questi ultimi tempi, non mi hanno convinto. Andrebbero aboliti i seminari minori. L’errore inizia da lì”, dice don Mazzi secondo cui l’istituzione cattolica in cui i ragazzi in età da liceo studiano e si preparano a diventare sacerdoti “è un luogo che castra, non è un luogo naturale”. La provocazione riguarda soprattutto i seminari minori (distinti da quelli maggiori in cui studiano i ragazzi che già frequentano l’università). “La preparazione non va fatta nei seminari. La formula da allevamento nel pollaio – critica don Mazzi – non è al passo coi tempi. Chi vuole diventare prete, deve studiare da casa facendo di tanto in tanto verifiche con il proprio direttore spirituale. Bisogna trovare un iter più aderente alla realtà per chi vuole diventare prete, così che fino a 19/20 anni si possa vivere anche l’aspetto affettivo e sessuale”. Del resto, confessa il fondatore di Exodus “io non sono andato e se ci fossi stato non sarei mai diventato prete”.

All’amico don Antonio (siamo coscritti!) faccio un semplice ragionamento basato sulla mia esperienza personale: sono entrato nel seminario minore diocesano di Vercelli (a Moncrivello) a 11 anni, nell’ottobre 1940, e ne sono uscito per entrare nella prima liceo del Pime a Monza nel settembre 1945 e poi frequentando le altre due classi del liceo nel Pime a Genova, fino ai 19 anni.

Quando negli anni 60 e 70 si sono aboliti quasi ovunque i seminari minori, almeno in Italia e nel Pime, ripensando a quei miei anni giovanili anche in modo critico, ero decisamente contrario per questi motivi, validi ancor oggi:

1) Il sacerdozio non è una professione come le altre, ma è la consacrazione totale della propria vita a Cristo, alla Chiesa, a servizio del popolo al quale un prete è destinato. Il seminario prepara il giovane a dare tutto se stesso, poiché l’efficacia del ministero sacerdotale dipende in gran parte da una formazione come dire, totalitaria: rinnegamento di se stessi per innamorasi di Cristo, della Chiesa, della gente, in particolare di quelli che più hanno bisogno di Cristo. E ringrazio ancor oggi i formatori di Moncrivello, di Monza e di Genova che nella mia adolescenza mi hanno guidato e orientato con amore a queste mete.

2) Dio chiama al sacerdozio quando vuole e come vuole. I miei familiari (nonna paterna Anna e zia Adelaide) mi hanno sempre detto, quand’ero già sacerdote, che fin da piccolo, nelle elementari, quando qualcuno mi chiedeva: “Pierino, cosa farai da grande?”, io rispondevo deciso: “Il prete!”, suscitando stupore. Ho poi saputo dal parroco che quando Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo si sono sposati davanti a lui nel 1928 (io sono il primogenito nato nel 1929), avevano pregato il Signore per avere molti figli e che almeno uno o una di essi si facesse prete o suora. Dio chiama a qualunque età e i sacerdoti che lavorano fra i giovani mi dicono che le vocazioni al sacerdozio si manifestano già in modo credibile anche verso i 10-11-12 anni. Don Antonio ha affermato e si è vantato più volte di non aver mai fatto il seminario. Bene, non contesto affatto questa sua esperienza, ciascuno ha la sua esperienza, la sua strada. Personalmente sono contento di essere entrato in seminario a 11 anni, perché ho un ricordo veramente positivo dei miei formatori e poi, nei miei 58 anni di sacerdozio, mai mi sono pentito di quella scelta e mai ho rimpianto di non aver fatto qualche esperienza di vita “nel secolo”, come si diceva una volta. Perché mai, don Antonio, vuoi contestare un’esperienza come la mia e di tantissimi altri preti e missionari, stabilendo che oggi non è più valida?

3) Si potrebbero fare tante altre osservazioni a questa provocazione di don Mazzi: i seminari non sono, e non erano, come don Mazzi li immagina. D’altra parte, la proposta di prepararsi al sacerdozio vivendo la vita comune fino ai 19/20 anni, in modo che il giovane “possa anche vivere l’aspetto affettivo-sessuale” venne largamente sperimentata negli anni post-conciliari ed è stata fallimentare. Ricordo benissimo che allora visitavo i seminari diocesani d’Italia per l’animazione missionaria e non poche diocesi – potrei fare nomi precisi – diedero ai giovani in seminario la libertà di formare piccole comunità di vita seguite da un sacerdote formatore e continuando a studiare teologia, magari facendo qualche lavoro. Da quanto mi risulta è stata un’esperienza fallimentare, mai più ripetuta.