Il cambio al vertice pone Parolin di fronte a due sfide: disinnescare le faide interne ai Sacri Palazzi e far riconquistare alla Santa Sede un ruolo di spicco sullo scacchiere internazionale. Ci riuscirà?

di Giacomo Galeazzi da Vatican Insider

C’era una volta il Vaticano. Quello uscito trionfatore dalla Guerra Fredda e senza il quale, ammette Gorbaciov, «non si comprende la caduta del Muro e la storia del XX secolo». Negli ultimi anni la Santa Sede, indebolita da faide interne, aveva perso il ruolo da protagonista sullo scacchiere mondiale. La sua voce nelle questioni internazionali era coperta dal clamore degli scandali finanziari e sessuali culminati in Vatileaks. Adesso il Pontefice che a rapidi passi sta riconquistando le posizioni perdute riporta un diplomatico (Pietro Parolin) al vertice di una Curia che smette di essere la corte del potere come privilegio e torna ad essere una struttura al servizio della fede: cinghia di trasmissione degli «input» papali. Diplomazia e Vangelo alla guida della «Chiesa povera per i poveri». L’era Bertone si è conclusa ieri anche se il passaggio di consegne avverrà il 15 ottobre. «Questa chiamata è una sorpresa di Dio», commenta Parolin, autonomo da ogni cordata o gruppo di potere: proprio per questo era stato allontanato 4 anni fa dall’incarico di viceministro degli Esteri e confinato «quasi alla fine del mondo», nel difficilissimo Venezuela, dove è riuscito però a riportare serenità nei rapporti tra Chiesa e Stato. Adesso lo attendono i «dossier» caldi del globo cattolico.

Le sfide: pacificare la Curia dopo lo scandalo Vatileaks

Occorre pacificare la Curia dopo anni di faide interne e normalizzare i rapporti con la Cei. Lo scontro tra cordate di porporati culminato in Vatileaks e il braccio di ferro Bertone-Bagnasco sulla titolarità dei rapporti con la politica hanno indebolito l’immagine pubblica e l’autorevolezza della Santa Sede. Adesso si torna a un Vaticano al servizio delle Chiese locali e sarà l’episcopato italiano a trattare con le istituzioni. Senza intromissioni vaticane. Nel suo burrascoso settennato Bertone ha trovato nelle gerarchie fortissime opposizioni dovute principalmente al rigido «spoil system» da lui praticato ai danni di maggiorenti come Sodano e Ruini. Francesco perciò intende mettere al bando il carrierismo ecclesiastico, bollato come «acqua stagna». Preferendo Parolin a Bertello, il Pontefice tiene distinta la Segreteria di Stato dal gruppo degli otto cardinali-riformatori (organismo nel quale prevale l’iniziativa sulle procedure) che si riunirà a ottobre. Per il momento conferma il resto della squadra di governo (Becciu, Mamberti, Wells, Camilleri). Meno sprechi e burocrazia e altolà al sottobosco affaristico nei Sacri Palazzi.

Fermare lo “scippo” degli evangelici in Sudamerica

Le notizie che arrivano dal continente di Bergoglio non sono incoraggianti per la Chiesa. Sempre più cattolici sono attratti dalle «sirene» evangeliche finanziate da sigle Usa. Già Wojtyla, che pure confidava nella vitalità del cattolicesimo sudamericano, aveva fiutato il pericolo. Nel 1992 definì «lupi famelici» le sette protestanti in piena espansione tra i cattolici «latinos», quelle stesse sette contro la cui avanzata Roma non è ancora riuscita a opporre resistenza. Ogni ora 400 latinoamericani abbandonano la Chiesa per seguire un nuovo gruppo protestante. Le sette attirano i cattolici con il richiamo di una fede personale e profonda, una moralità esigente e puritana, un fortissimo vincolo comunitario, spirito di missione, ma anche profezia, guarigioni e visioni. E spesso aiuti economici. In sostanza, si tratta di un cristianesimo in antitesi con le istanze più liberal e progressiste, un credo che nella culla della teologia della liberazione «ruba», da destra, fedeli alla Chiesa. Le sette sono ben organizzate, hanno radio, giornali, strumenti di propaganda per farsi conoscere e seguire. Ma è scattata l’ora della «Reconquista» cattolica.

Mano tesa alla Cina per smussare le persecuzioni

Controlli su riti, istituzioni religiose e seminari. Arresti, torture, condanne di sacerdoti e laici. Prima di essere trasferito in Venezuela, da viceministro degli Esteri, Parolin si era occupato soprattutto della Cina, dove la comunità cattolica soffre pesanti violazioni del diritto alla libertà religiosa. All’origine di questa repressione c’è il crescente interesse religioso che si registra nel Paese, in particolare nei confronti del cristianesimo. Sul fronte delle ordinazioni episcopali illecite (cioè senza mandato papale), le tensioni tra Associazione Patriottica e Santa Sede sono ricorrenti, così come gli arresti e le «rieducazioni tramite il lavoro» di coloro che si rifiutano di aderire all’Associazione patriottica e rimangono fedeli al Papa. Le proprietà confiscate alla Chiesa dopo la presa di potere di Mao rimangono una questione spinosa. Il governo ha stabilito che devono tornare ai legittimi proprietari ma il ministero degli Affari religiosi ostacola chi cerca di riottenerle. La Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina è stata istituita nel 2007 da Ratzinger. Pechino resta lontana ma Roma tende la mano.

Cristiani in fuga dal Medio Oriente in fiamme

Crollano i cristiani in Medio Oriente. Se all’inizio del secolo scorso rappresentavano il 20% della popolazione, oggi, nei diversi Paesi dell’area asiatica sud-occidentale, oscillano al massimo fino al 10%. I cristiani migrano dal Medio Oriente per le difficoltà in cui si sono trovati in seguito ai recenti conflitti. A Gerusalemme e a Nazareth sono ormai il 2%, mentre la nazione con il maggior numero di cristiani resta il Libano (35%) . L’inferno scoppiato in Siria accresce la «diaspora» dei cristiani. In tutto il mondo islamico si assiste a una continua radicalizzazione della protesta contro il potere mondiale definito come «Occidente» e visto dai musulmani come cristiano anche se è sempre più scristianizzato. Ciò ha ripercussioni sui cristiani locali. Al contrario in Africa la forte crescita dei fedeli di Roma sta provocando le violente reazioni dell’Islam radicale che, in Nigeria o Kenya, attaccano chiese e missioni. Francesco si affida allo «spirito di Assisi» per rilanciare il dialogo interreligioso e per impedire che si «uccida nel nome di Dio». Stop alla fede strumentalizzata per denaro e potere.