Il libro dell’Apocalisse e la storia
di Prosper Grech
Tratto da L’Osservatore Romano

Il bellissimo Instrumentum laboris per il sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, oltre a offrire una buona analisi della situazione odierna, formula l’augurio che nel dibattito si sviluppi un documento che possa dare un impulso decisivo a un risveglio della fede in Cristo. La Chiesa è lumen gentium e ha una missione profetica cui non può rinunciare.

Qual è questa missione profetica? Nell’Antico Testamento i profeti avevano, tra l’altro, la funzione di interpretare i segni dei loro tempi; esortavano, in nome di Dio, sia Israele sia Giuda alla fedeltà all’Alleanza, minacciavano sia gli israeliti sia le nazioni straniere con il castigo divino; sviluppavano il senso morale del popolo e predicevano avvenimenti salvifici, perché consideravano il Dio di Israele come Signore della storia. Il popolo di Dio non doveva fidarsi né dell’Egitto né di Babilonia, ma seguire una politica ex fide, perché la storia della salvezza non ha come protagonisti Israele o il popolo ebreo ma Dio stesso. È lui che conduce le vicende della storia, sempre mirando alla salvezza del genere umano.

Nel Nuovo Testamento il Signore della storia è il Cristo risorto: è lui che cammina sulle onde del caos delle vicende umane e salva la barca di Pietro dalle tempeste. Ma è anche lui a predire che nella rete della Chiesa si troveranno pesci buoni e cattivi (Matteo, 13, 47-50) e nel campo ci saranno grano e zizzania (Matteo, 13, 24-43). Egli ci apre gli occhi, ci invita a non scandalizzarci quando vediamo carestie, guerre, rivoluzioni, terremoti e altre disgrazie, perché tali cose devono accadere (Marco, 13, 5-13). La storia è una parabola: la intende chi ha orecchi per intendere. Ma perché queste cose devono avvenire?

Il percorso della storia della salvezza nei nostri tempi è sulla stessa linea di quello dell’Antico Testamento. Il libro dell’Apocalisse è dominato dal Cristo Pantocrator come in un’abside bizantina; ammonisce prima di tutto le sette Chiese, che rappresentano la Chiesa universale, con promesse e minacce. Il rinnovamento della storia ha inizio “a partire dalla casa di Dio” (1 Pietro, 4, 17), come sottolinea anche il documento preparatorio del sinodo. Il messaggio non riguarda però soltanto le singole Nazioni ma anche le strutture economiche, politiche e sociali che assoggettano il mondo alle diverse idolatrie. I terribili mostri e le minacce dell’Apocalisse ripugnano alla mentalità odierna e preferiamo tacerli, forse perché abbiamo ammansito troppo la nostra immagine di Dio secondo i modelli del buonismo e del permissivismo dei tempi nostri.

Il libro dell’Apocalisse parla poco della fine del mondo e il suo messaggio non è altro che una chiave per leggere i segni dei tempi in cui viviamo nella luce della storia della salvezza universale con al centro la Chiesa. Dipinge con simboli paurosi ciò che già aveva predetto Gesù e ne dà le ragioni. Adesso è compito della Chiesa leggere e interpretare questi segni, senza cadere in tendenze apocalittiche e nei fondamentalismi pericolosi di certe sette. L’Apocalisse è essenzialmente un libro di speranza indirizzato a una comunità perseguitata, assicurando che l’ultima vittoria non sarà quella del male e del Maligno ma del Pantocrator che domina la storia.

Quali sono oggi i segni dei tempi? Basta vedere un telegiornale o sfogliare un qualsiasi quotidiano perché saltino immediatamente agli occhi: carestie, attentati, persecuzioni, guerre, crisi economiche, attacchi alla famiglia, ingiustizie e disordini sociali, crollo di imperi e nascita di altri nuovi, droga, aborto, mafie di tutti i generi; questo elenco potrebbe continuare a lungo. Non dimentichiamo, però, che i giornali spesso chiudono gli occhi di fronte al bene che c’è nel mondo perché non fa cronaca, quel bene nascosto conosciuto soltanto dallo Spirito che lo produce. Sono questi “giusti”, a qualsiasi popolo appartengano, a tenere la storia in piedi, perché essa possa alla fine essere chiamata storia della salvezza.

Non voglio certamente essere un laudator temporis acti; questi mali sono esistiti, in un modo o nell’altro, da Adamo in avanti. Ciò che forse distingue quelli presenti è che, in un occidente laico e agnostico, con la relativizzazione di valori di cui parla spesso Benedetto XVI, oggi ci manca un metro per valutare ciò che è bene o ciò che è male, il vero e il falso, rischiando addirittura di invertirli.

Dobbiamo allora concludere, da quanto abbiamo detto, che Dio sta punendo il mondo? Una tale espressione non troverebbe oggi tanto favore, anche fra i teologi. Dio non punisce il mondo nel senso che è una divinità con la frusta in mano, intenta a scagliare fulmini e tuoni per ogni male che si commette. Dio lascia che il male si punisca da sé. Egli è fonte dell’essere, è Logos, ragione, ordine. L’opposto è il caos. Più il cosmo si distacca da Dio più si sgretola e cade nel caos, con i dolori che esso causa al singolo individuo e alla società.

I segni dei tempi si leggono tenendo il giornale in una mano e la Sacra Scrittura nell’altra, in uno spirito di preghiera. La Chiesa non può sottrarsi dal leggere questi segni e dall’interpretarli, nel modo giusto, per il mondo, per i credenti e per i non credenti, perché essa serve ogni uomo. Questo è il suo munus propheticum. Certamente un tale annuncio troverà ogni sorta di resistenza, ma quale profeta non fu rigettato e perseguitato anche “nella sua patria”? Sono convinto che il prossimo sinodo dei vescovi troverà il coraggio, con l’aiuto di quello Spirito che ha sempre riempito la Chiesa di “profonda convinzione” (plerophorìa, in I Tessalonicesi, 1, 5) e continuerà a dimostrare – come si legge nel vangelo di Giovanni (16, 8) – “la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio”.