di Tommaso Scandroglio
Tratto da La Bussola Quotidiana il 19 maggio 2011

Il caso Strauss Kahn, direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale recentemente accusato di stupro, offre un nuovo esempio di come alcune vicende a luci rosse siano gestite dal punto di vista massmediatico e non solo in modo differente a seconda dei soggetti coinvolti.

Parallelamente a questo brutto affare di violenza e sesso la cronaca si sta occupando anche del caso di un parroco di Genova, Don Riccardo Seppia, accusato di abusi sessuali su minore. Questo fresco episodio di pedofilia, che comunque è tuttora al vaglio degli inquirenti, ha sortito l’ennesima levata di scudi contro la Chiesa. E così nell’immaginario collettivo le vicende genovesi hanno rinfocolato il connubio ormai abbastanza consolidato “pedofilia-chiesa”. In buona sostanza c’è una sorta di identificazione implicita tra la condotta iniqua del singolo e la responsabilità di Santa Romana Chiesa nei confronti di questa medesima condotta. Dato che alcuni sacerdoti sono pedofili, la Chiesa stessa è pedofilia. Ergo i vertici ecclesiali devono provvedere a riparare i danni e chiedere perdono in nome della Chiesa.

Equazioni mancanti.
Chissà perché invece per il caso che ha visto coinvolto Strauss Kahn nessuno si è sognato minimamente di chiedere che il FMI chiedesse perdono e facesse ammenda per le azioni turpi dello stesso. Tra l’altro non stiamo parlando dell’ultimo dei funzionari del Fondo, bensì il direttore esecutivo, uno dei numero uno. Per tentare un parallelo: monsieur Kahn non è l’ultimo “parroco” di provincia di questo organismo internazionale – non è un Don Riccardo Seppia qualunque – ma è un “cardinale” di grosso calibro, se così vogliamo esprimerci. Ovviamente lo stesso Fondo Monetario si guarderà bene dal chiedere scusa per le condotte del suo direttore perché correttamente eccepirà: “Noi non siamo responsabili dei comportamenti privati dei nostri dirigenti”. Ed infatti giustamente in ambito penale le colpe vanno ascritte sempre al reo che le ha commesse, così come in ambito morale e teologico, e non a terzi.

Peccatori sono gli uomini non la Chiesa.
Ma allora viene da domandarsi: perché la Chiesa, anche recentemente per bocca del suo massimo rappresentante il Santo Padre, sente il bisogno di formulare una richiesta di perdono per le azioni non certo limpide dei suoi sacerdoti e vescovi? Una risposta convincente può essere rinvenuta nel documento “Memoria e riconciliazione” della Commissione Teologica internazionale, documento voluto da Giovanni Paolo II per purificare la memoria dalle scorie delle colpe dei credenti commesse nel passato e nell’epoca attuale. Nel documento innanzitutto si precisa che “si deve distinguere la santità della Chiesa, dalla santità nella Chiesa, […] tra la fedeltà indefettibile della Chiesa e le debolezze dei suoi membri”. La Chiesa è santa perché Corpo mistico di Cristo, quindi non può peccare, però nel suo seno “comprende giusti e peccatori”. Quindi la Chiesa chiede perdono non per i suoi peccati, che non esistono e mai esisteranno, bensì per i peccati degli uomini di cui ha cura. I motivi per cui la Chiesa chiede perdono per le colpe altrui possono essere i seguenti.

La legge di carità.
La richiesta di perdono per atti di terzi non viene da una presunta responsabilità della Chiesa per culpa in vigilando, bensì a motivo della suprema legge di carità ad esempio della condotta di Cristo che si addossò le nostre colpe, seppur lui fosse senza macchia alcuna. La Chiesa china dunque il capo come un padre il quale chiede perdono al posto del figlio e si fa carico delle conseguenze dei suoi errori, anche se al padre non sono imputabili in qualsiasi modo le colpe del figlio. Ed infatti così il Cardinal Bagnasco, presidente della CEI ma anche arcivescovo di Genova, si è espresso per il recente caso di pedofilia commesso nella sua diocesi: ”Grande dolore come per qualunque padre che vede un figlio – come ogni sacerdote – che non è fedele alla propria vocazione”. Un padre che però severamente punirà il figlio come sta facendo la Chiesa attualmente nei casi di pedofilia.

L’albero che cresce storto non lo raddrizzi più.
L’ultima nota della Sala stampa vaticana inoltre metteva l’accento sul fatto che nella scelta dei candidati al sacerdozio si dovrà fare particolare attenzione nel comprendere se l’aspirante prete presenti una struttura psicologica e caratteriale particolarmente armonica. Ciò per evitare, tra le altre cose, che alle istituzioni ecclesiali si possa ascrivere una culpa in eligendo, cioè una responsabilità nel non essersi accorta che sin dal seminario quel giovane non aveva tutte le carte in regola per accedere al sacramento dell’ordine.

Un vincolo misterioso di solidarietà.
Vi è poi un secondo motivo alla base della richiesta di perdono. Esiste un misteriosissimo legame di solidarietà che lega tutti i battezzati di tutti i tempi. E’ un po’ come se ogni persona battezzata fosse un vaso comunicante con tutte le altre persone battezzate esistenti, esistite e che esisteranno sulla terra. E così i meriti e le colpe di un credente si riverberano in modo enigmatico nel cuore di tutti gli altri credenti. In virtù di questa specialissima comunione tra i fedeli “la santità e il peccato nella Chiesa si riflettono dunque nei loro effetti sulla Chiesa intera”. Allora la Chiesa toccata dolorosamente dalle conseguenze delle nostre cadute, non rimane indifferente verso le stesse bensì “assume con solidarietà materna il peso delle colpe dei suoi figli”. Chiede dunque perdono non per un vicolo di responsabilità, ma per un vincolo di solidarietà con i peccatori. Oltre a ciò, sempre a motivo di questo legame di solidarietà e di misericordia, la Chiesa, seppur prudentemente rimuova dal loro incarico i sacerdoti rei di qualche grave colpa, non li abbandona al loro destino ma, con spirito di pietas cristiana, continua a prendersi cura di loro amorevolmente. Non così invece si è comportato il FMI che ha chiesto le dimissioni di Kahn lasciando intendere che con costui il Fondo non vuole più niente a che fare per il futuro.

Ragioni pastorali.
Un altro motivo della richiesta di perdono risiede nel fatto che la Chiesa intende, per quanto possibile, evitare lacerazioni sociali e risentimenti privati derivanti da questi scandali che possono allontanare i fedeli dalla Chiesa stessa. Insomma tende sempre la mano guardando avanti, non volendo lasciarsi invischiare in polemiche infinite, avendo cura dei cuori e della sensibilità dei propri fedeli. A tal proposito sempre Bagnasco ha infatti affermato: ”il vescovo, che è il padre e il pastore, è il responsabile della propria comunità”.

Non dovere morale ma scelta virtuosa.
In sintesi la Chiesa, nella persona dei suoi rappresentanti terreni, chiede perdono non al fine di soddisfare un dovere morale inesistente: non ha l’obbligo di chiedere scusa di nulla dato che lei nulla di male ha mai compiuto. Bensì chiede perdono come libera scelta che eccelle nella virtù della giustizia. La giustizia è quella costante disposizione della volontà di assegnare a ciascuno il suo. In questo caso il “suo” è la riparazione del danno che passa anche attraverso la richiesta di perdono. A tale riparazione vuole concorrere, insieme al colpevole, anche la Chiesa, gratuitamente, seppur tale gesto non sia per lei doveroso.

La reciprocità.
“E’ sempre poi auspicabile – continua il documento “Memoria e riconciliazione” – che ogni richiesta e offerta di perdono si compia nel segno della reciprocità”. In questo passo della Commissione teologica internazionale non si deve scorgere il viso imbronciato di un bimbo incline alla ripicca, bensì il volto serio e severo della giustizia la quale pretende che non si applichino a casi uguali metri di comportamento diversi. E dunque la chiosa provocatoria, seppur dal sapore consapevolmente ingenuo e fiabesco, è quasi d’obbligo: a quando le scuse del Fondo Monetario Internazionale?