Dopo una visita a San Vittore organizzata dall’Associazione nazionale Magistrati, anche le toghe s’interrogano sulla condizione delle carceri: «Cari colleghi, è il momento di scegliere se continuare a chiudere gli occhi o fare uno sforzo di assunzione di responsabilità». 
di Chiara Rizzo
Tratto da Tempi

A volte accade che le toghe, nelle loro mailing list, non si accapiglino solo sui soliti temi, dai rapporti con la politica alla rappresentanza interna. Proprio in queste ore, ad esempio, si interrogano sul significato più profondo della loro professione, dopo il racconto di un magistrato di sorveglianza milanese della visita con alcuni colleghi al carcere di San Vittore. Una visita organizzata dall’Anm (Associazione nazionale Magistrati), e durata tre ore circa: 40 toghe hanno seguito l’esatto percorso che fa ogni persona che viene arrestata e condotta in cella, «Dall’immatricolazione – scrive il magistrato promotore autore dell’iniziativa – alla perquisizione, alla visita medica, sino alla destinazione al reparto. Abbiamo visitato qualche raggio, sia maschile che femminile. Abbiamo ascoltato la polizia penitenziaria, il personale, gli educatori, i medici, operatori che provvedono tutti alle necessità e ai problemi spesso sconosciuti della detenzione, ma di cui ogni giudice si assume comunque la responsabilità quando la dispone. Io non avevo mai visto in precedenza l’ingresso degli arrestati».

Con parole semplici, il magistrato conclude: «Cari colleghi, è il momento di scegliere se continuare a chiudere gli occhi, seppur dispiaciuti, rispetto a questa situazione tragica delle nostre carceri (peraltro piene di condannati non definitivi tra cui madri con bimbi) o fare uno sforzo di consapevolezza e anche di assunzione di responsabilità, decidendo di “vedere”. Infatti la sensazione comune dei partecipanti, anche giudici togati, magari entrati in carcere più volte per i colloqui, è la sorpresa rispetto alle condizioni effettive di detenzione». Il magistrato descrive l’impatto emotivo con lo spazio ristretto della cella con le persone chiuse dentro, la porta serrata per ore, i letti a castello che ostruiscono anche le finestre, gli odori forti. Un interesse tanto grande che, giustamente, l’Anm ha deciso di farne un appuntamento stabile. All’invito del collega milanese, in pochissime ore hanno scritto da tutt’Italia altri magistrati.

Molti si complimentano per l’iniziativa ma soprattutto esplode la necessità di rivedere il proprio lavoro. Un magistrato di Santa Maria Capua a Vetere ricorda di aver partecipato a un’iniziativa analoga nel ’96 a Napoli, quando era ancora agli inizi della carriera. «L’impatto costituì un’esperienza forte. Credo che come magistrati dovremmo accorgerci di quello che non viene portato alla nostra attenzione dai fascicoli e che pure esiste. Se non altro per acquisire maggiore consapevolezza del significato del nostro lavoro. E questo non vale solo per il penale». E ancora, da Napoli: «Più volte ho sollecitato l’Anm locale a praticare un’iniziativa analoga, mi chiedo perché non abbia avuto seguito. Commentiamo sempre con commozione i film che vediamo sul carcere, ma difficilmente ci spostiamo dai nostri uffici per fare pochi passi per conoscere queste persone da vicino».

È come se all’improvviso si fosse schiusa una porta su un mondo dimenticato.

Letteralmente. Anche tra coloro che sono più abituati a entrare in carcere, ma solo per andare nella sala colloqui loro riservata (di solito in condizioni sensibilmente migliori rispetto resto della struttur), il particolare che si fissa è la porta di ingresso dei detenuti. «Io ero entrato in carcere per sette anni e mezzo per fare interrogatori come Gip – scrive un magistrato di Trieste –, ma non mi ero mai reso conto di simile scempio, posto che mi limitavo ad accedere alla sala interrogatori». Il giudice racconta di aver partecipato al Ferragosto in carcere del 2010 organizzato dai radicali: «Ci fu “aperto tutto”. Ci fu consentito entrare nelle cucine, nelle infermerie, nei luoghi di svago, nei bracci». Ricordi precisi, particolari significativi: come l’incontro con un detenuto giorgiano, che conosceva solo il russo, per cui trascorreva la detenzione aggravata dal totale silenzio. «Ricordo gabinetti a dir poco angusti in celle sovraffollate; materassi a terra da usare come letti (che però causavano tensioni perché ostacolavano la preghiera quotidiana dei detenuti islamici); persone che puzzavano in maniera indicibile tanto da essere invise ai compagni di cella (il problema dell’igiene personale in un luogo chiuso come il carcere è solo apparentemente secondario). Non esito a dire che uscii dal carcere turbato». Per questo il magistrato solleva una critica dura: «Spiace dirlo, ma non ricordo in alcun programma di qualsivoglia corrente un benché minimo accenno a questa autentica vergogna tutta italiana, né ricordo prese di posizione in tal senso dell’Anm o di qualsiasi altro Organo della magistratura associata. Mi viene da pensare che come i giovani medici fanno tirocinio in ospedale, i magistrati dovrebbero obbligatoriamente visitare più e più volte un carcere, anche se poi dovessero occuparsi di questioni ereditarie».