Sono sempre meno i capolavori d’arte nelle chiese
di Marco Agostini
Tratto da L’Osservatore Romano del 17 febbraio 2011

Sui timpani delle facciate delle chiese sovente le iscrizioni dedicatorie DOM (Deo Optimo et Maximo) o Ad maiorem Dei gloriam dichiarano il senso delle manifestazioni artistiche nella Chiesa: la gloria di Dio e la dignità di coloro che ne portano l’immagine e la somiglianza. Per Dio a beneficio di tutti: è il fine della bellezza nella Chiesa. L’edificio sacro è sempre stato bello, non v’era uno che non fosse scrigno di gioie: dalla grande cattedrale alla chiesetta che si specchia nelle acque ferme delle risaie o che spunta dall’oro dei campi di granoturco della pianura padana o che sta abbarbicata ad alta quota là dove nemmeno i mughi resistono, dalle grandi o piccole chiese abbaziali o degli ordini religiosi ai santuari.

Non accadeva mai che una chiesa fosse più brutta della misera abitazione del più povero tra i cristiani. Dio mostra le sue qualità agli uomini attraverso la bellezza, e la Chiesa l’ha sempre onorato ornandosi di bellezza, inverando l’adagio attribuito a Platone che “il Bello è splendore del Vero”. Il tema è più vasto di quel che si può tratteggiare in un articolo di poche righe.

Che avventura quella dei cristiani che entrano nelle loro chiese monumentali e vedono, talvolta, gli altari marmorei gotici, rinascimentali o barocchi somiglianti a enormi fosse oculari senza pupille, orbi delle pale, o disadorni di croci, candelieri e anche tovaglie. Le pale, non di rado, sono da decenni in restauro, o ai musei civici o diocesani e i candelieri negli armadi, o in qualche deposito con le tovaglie, o dagli antiquari. Più frequentemente di un tempo le opere d’arte, oggi, lasciano le chiese per le quali sono state commissionate e realizzate per destinazioni diverse. In taluni casi la scelta è giusta e comprensibile, per altri le ragioni storiche che l’hanno determinata sono diventate debolissime, o non esistono affatto. La ragione che più facilmente si adduce per questi trasferimenti è la sicurezza delle opere. La stessa ragione che, nell’Ottocento e più ancora nel Novecento, veniva prodotta da alcuni Governi allorquando ritenevano di dover incamerare i beni artistici della Chiesa. Ad esempio negli Atti della Conferenza straordinaria dell’episcopato spagnolo del 27-30 giugno 1933 si annota: “La legge del Tesoro artistico minaccia la Chiesa con la confisca automatica degli oggetti d’arte”.

La Chiesa era accusata di non saper difendere il proprio patrimonio artistico. Dopo il lungo disinteresse delle istituzioni civili per gli edifici di culto e per le opere d’arte che ne costituivano il tessuto, allorquando, qualche malaccorto ecclesiastico pensò di procedere alla traslazione del coro della cattedrale di Granada o alla vendita dei velluti della cattedrale di Santiago de Compostela o al trasporto di un portale romanico di una chiesa della diocesi di Burgos, l’ambasciatore di Spagna si lagnò di un episcopato che, a suo dire, agiva senza permesso del Governo.

Era l’inizio di un vero e proprio progetto culturale, in verità non nuovo, che rivendicava allo Stato le cose fatte per Dio. Scopo della forzata musealizzazione era il tentativo di ridurre ciò che era stato concepito e realizzato per accrescere la fede a opera d’arte dominio della critica, sforzo di estromettere Dio dalla storia e riduzione delle sue tracce a semplice dato culturale e storico. “Le bellezze mobili vanno salvate dalle chiese”, dicevano, e in un certo senso avevano ragione: in più di qualche caso le chiese furono incendiate, molte furono confiscate e destinate a usi diversi, altre divennero musei. Tirar fuori le opere d’arte dalle chiese non è mai stato un gesto annunciatore di bei tempi. Oggi il contesto è diverso, ma il risultato lo stesso.

Occorre intendersi: il museo è una istituzione seria con una lunga storia, come oggettiva è la questione della sicurezza delle opere d’arte, in certi casi drammaticamente reale. Poco reale è ritenere la musealizzazione sempre il modo migliore per perseguire tale sicurezza. Un’opera d’arte, concepita con finalità liturgica o di devozione in stretta relazione all’ambiente che la doveva contenere, pare logico che debba rimanere in quel contesto o vi debba tornare qualora si verifichino le idonee condizioni. Le opere d’arte sono arrivate in così gran numero a noi perché diffuse in molti luoghi, anziché concentrate in un sol posto. Il rischio della dispersione esiste nelle chiese come al museo e un incendio al museo fa più danni di quello di una sola cappella. A pensarci bene le opere d’arte sacra sembrano più al sicuro nelle chiese considerate, com’è sempre stato, parti integranti della liturgia, oggetto di venerazione guardate con fede in ginocchio e custodite dalla preghiera dei fedeli. A tutti risulta chiara la differenza tra una chiesa in cui si prega e una che è ridotta a museo. Non c’è chiesa più sicura di quella dove la gente prega.

I sacerdoti preoccupandosi della salvezza delle anime, vale a dire corrispondendo alla missione di “portare la gente in chiesa”, in pari tempo operano affinché le chiese non finiscano come dei musei, spopolate, vuote, morte, esposte al pericolo di essere depredate. Oggi corriamo di nuovo il rischio che le chiese si trasformino in musei perché in esse non si prega più. Il sacerdote, che ha coscienza della propria missione e comprende il valore e il significato teologico e storico dell’edificio sacro in cui officia, delle opere in esso contenute, dei paramenti e delle suppellettili che usa, capisce che il museo può rivelarsi un abbaglio; sua preoccupazione è quella di “trasportare” la gente in chiesa più che i calici al museo. Investire sui luoghi dove questa coscienza si forma e cresce, sui Seminari, è il miglior modo per pensare alla custodia dei tesori delle nostre chiese. La partecipata conoscenza e pratica della teologia della messa e dall’adorazione del Signore nel Sacramento fa apparire immediatamente chiaro che togliere le pale originali dagli altari per sostituirle con copie di plastica o con nulla, esporre arazzi finti nella liturgia, riservando i veri a simulazioni in occasione di “ricorrenze museali”, è come far eseguire le messe di Palestrina sempre e solo in forma di concerto o consegnarle alle incisioni, e non più come parte integrante del culto per il quale sono state composte dimenticando che è la religione ad averle ispirate. Mettere sotto vetro dipinti, paramenti e suppellettili sacre, anziché usarli significa abdicare alla responsabilità dell’essere e del sapere oltre che del custodire. Può apparire una soluzione facile quella della musealizzazione ma la filologia insegna che lectio difficilior lectio potior, in altre parole la più facile può anche non essere la soluzione migliore. L’atto facile, nel nostro caso, può attenuare nel sacerdote e ottundere nei fedeli la coscienza di essere solo l’ultimo anello della catena che ha ereditato il patrimonio della fede e della cultura. Il facile aliena dalla responsabilità verso gli altri anelli che, a Dio piacendo, verranno ad aggiungersi. Togliere le opere dalle chiese non solo non è sicuro, ma apre una breccia attraverso cui può facilmente irrompere la violenza che distrugge il mondo.

Un altro aspetto è da considerare: gli oggetti sacri sono il frutto di committenze che lungo i secoli hanno pagato per quelle opere in quel posto, spesso sono anche frutto del sacrificio di persone umili e povere che non esitarono a privare se stesse del necessario purché il culto di Dio splendesse. “Nell’epoca nostra (…) sta sviluppandosi una specie di provincialismo (…) non di spazio, ma di tempo: per cui la storia non è che la cronaca delle invenzioni umane via via superate e messe da parte, e il mondo proprietà esclusiva dei vivi, una proprietà di cui i morti non possiedono azioni” (Thomas S. Eliot, Sulla poesia e sui poeti). Riservare le opere fatte per Dio all’élite che visita i musei, ma solo i più famosi – e che a detta di alcuni importanti Direttori, molto spesso rimane ignara di quel che vede – è un po’ sproporzionato.

Togliere al culto e alla preghiera cristiana, là dove Dio abita, il Bello e il Vero significa impedire al Bello e il Vero di svolgere la funzione maieutica e di stimolo “a egregie cose il forte animo”. La crisi dell’arte sacra odierna, legata a quella della liturgia, è crisi della fede, ma nella fattispecie dell’arte dipende anche dalla disabitudine a vedere nelle chiese, come parti vitali della preghiera, i capolavori dell’arte sacra antica: con essi non ci si misura più perché sono considerati solo pezzi da museo. L’esemplarità dei capolavori dell’arte ha sempre educato mente e cuore a cercare senza fine la bellezza del volto di Dio nel mistero e nel prossimo.