di Isabella Bossi Fedrigotti
Tratto da Il Corriere della Sera del 24 febbraio 2011

Grazie a voi ragazzi di quella terza media di Catanzaro che siete stati più generosi, più civili, più veri uomini e vere donne della vostra preside.

Grazie per aver detto no a uscite, no a gite, no a giornate di orientamento fuori sede se uno dei vostri compagni di classe avesse dovuto, per ordini superiori, rimanere a casa: il compagno più debole, tra l’altro, con «sindrome di Down», non dunque una di quelle disabilità che implicano spostamenti problematici, carrozzina, incapacità di muoversi e camminare. Non siete stati soltanto amici e fratelli per lui, ma anche padri e madri perché l’avete protetto, l’avete difeso come solo i migliori genitori sanno fare: senza molti discorsi e con tranquilla, sicura determinazione.

La scena è degna di un grande film, e pare di vederla. La preside entra in classe e, approfittando dell’assenza del ragazzo handicappato, raccomanda alla scolaresca di non mettere al corrente il compagno di future, progettate gite, per evitare problemi alla scuola (l’ultima volta, per imporre la partecipazione — ostacolata dalla stessa dirigente — del figlio down a una giornata di orientamento in un altro istituto della città, i genitori avevano dovuto chiedere l’intervento della polizia); e perché — aggiunge — tanto, lui non capisce. Non vola una mosca, in classe, al discorso della preside, poi si alza una ragazzina e dichiara — chissà se con un filo di voce timida o se con caparbia forza — che in tal caso nessuno di loro avrebbe mai più preso parte a una uscita. E i compagni, uno dopo l’altro, confermano l’annuncio della portavoce.

Tanto spazio per una piccola buona notizia? Sì, perché dà speranza, perché confuta i luoghi comuni che, di questi tempi, vogliono i giovani in maggioranza cinici, crudeli, egoisti, superficiali e con la testa vuota, se non peggio, qualche volta molto peggio. E perché rinsalda una convinzione non così diffusa secondo la quale, pur con tutte le eccezioni, i ragazzi sono, come è giusto che siano, quasi sempre migliori degli adulti. Spiace perciò molto per la preside che non l’aveva capito nonostante la probabilmente assai lunga frequentazione con i giovanissimi, e spiace per le sua proposta con la quale ha tentato di farsi complici i suoi trenta piccoli grandi bravi ragazzi, ma che a loro è sembrata indecente.