Risposta alla crescente disoccupazione • Il modello Lombardia: buoni per servizi parametrati in base alle persone a carico
di Francesco Riccardi
Tratto da Avvenire del 23 settembre 2009

La fotografia del mercato del lavoro che l’Istat ha diffuso ieri non sorprende certo per le sue ombre nere: i 378mila occupati in meno nell’arco di un anno, la crescita della disoccupazione dal 6,7 al 7,4%, soprattutto l’impennata degli inattivi (più 434mila) cioè di chi né studia né cerca lavoro perché è già sicuro di non trovarlo.

Sono cifre – queste relative al secondo trimestre del 2009 – che ci si attendeva. Anzi, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la perdita netta di occupati è più contenuta rispetto a quella registrata in altri Paesi e la disoccupazione inferiore alla media europea. È l’effetto della cassa integrazione, la ‘grande diga’ che ha impedito la tracimazione del bacino dei lavoratori dipendenti nel fiume dei disoccupati. Ci sono finiti invece per la maggior parte gli autonomi, i collaboratori e i contrattisti a termine, ma la diga, appunto, ha retto, bloccando il grosso del flusso. Finora. Perché già dal terzo trimestre dell’anno si dovrebbero cominciare a osservare le conseguenze dei primi segnali di ripresa economica.

Che – di norma – sono negativi per l’occupazione. Le imprese infatti colgono l’occasione per ristrutturarsi, tagliando definitivamente posti di lavoro prima sospesi o recuperando efficienza e produttività senza reintegrare forza lavoro temporanea espulsa in precedenza. Insomma, dovremo fare ancora a lungo i conti con un’occupazione in netto calo, dosi massicce di cassa integrazione ordinaria e straordinaria, centinaia di migliaia di persone in più in cerca di un’occupazione.

Il governo ha ribadito ancora ieri che le risorse per far fronte a questa situazione con gli ammortizzatori sociali ci sono: degli 8 miliardi stanziati, infatti, ne sono stati utilizzati finora 1, 5 e altri 500 milioni dovrebbero essere spesi entro fine anno. Guardando all’evoluzione disegnata dall’Istat, però, si avverte l’esigenza di un ulteriore salto di qualità nell’utilizzo delle provvidenze. In tre direzioni: un allargamento dell’ombrello protettivo verso le categorie deboli rimaste esposte alla tempesta: collaboratori e giovani lavoratori a termine. Poi un potenziamento delle politiche attive per favorire il reingresso nel mercato di chi è stato espulso, grazie ai servizi per l’impiego e alla formazione. Infine, ma non ultimo, l’incremento delle misure di sostegno al reddito, parametrandole in base ai carichi familiari. Si tratta di richieste da avanzare certamente al governo in prima battuta, ma che oggi chiamano in causa il protagonismo delle Regioni e degli altri enti locali. Spetta a loro, infatti, – attraverso la formazione, l’utilizzo della rete dei servizi, la finalizzazione di risorse aggiuntive – integrare i redditi dei disoccupati e la cassa integrazione. La scelta, annunciata dalla Regione Lombardia, di varare una serie di voucher aggiuntivi agli ammortizzatori sociali per l’acquisto di servizi di cura, all’infanzia o buoni pasto giornalieri, rappresenta in questo senso un modello da sviluppare (il dettaglio lo si trova nel nostro inserto èlavoro a pagina 2).

Anzitutto per la logica di sussidiarietà sottesa: i lavoratori potranno infatti spendere il buono scegliendo autonomamente i servizi e i soggetti erogatori, con ciò favorendo pure lo sviluppo di attività quali baby sitter, asili condominiali, assistenza in senso lato. Ma soprattutto perché finalmente si assume la famiglia come soggetto dell’intervento, modulando le integrazioni in base a quanti figli – e/o a quanti anziani – ogni lavoratore abbia a proprio carico.

«Ammortizzatori sociali modello quoziente», si potrebbero ribattezzare. Perché anche gli 800 euro di cassa integrazione non hanno lo stesso ‘peso’ se si vive soli o se in casa ci sono due figli da crescere. E lo Stato, le Regioni, i Comuni non possono far finta di non saperlo.