di Giacomo Samek Lodovici
Tratto da La Bussola Quotidiana il 23 gennaio 2011

In un passaggio molto significativo dell’omelia pronunciata il giorno dell’Epifania, Benedetto XVI ha affrontato un tema metafisico che ha una straordinaria valenza esistenziale: quello del rapporto di compatibilità/incompatibilità tra l’esistenza di Dio e la libertà umana.

Riflettendo a partire dalla figura di Erode, il Papa ha allargato il discorso a molti esseri umani che la pensano più o meno come il crudele re di Gerusalemme. Infatti, a Erode Dio appare come un rivale «anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole». Certo, come ha aggiunto il Papa, «Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale?».

Ora, ci sono (almeno) due piani di disamina di tale questione, quello etico-antropologico e quello metafisico.

Dal punto di vista etico-antropologico, come ha detto il Papa, Dio «è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, di provare la vera gioia». Il discorso sarebbe lungo e presenterebbe molte sfaccettature, ma si può perlomeno rilevare, sebbene solo per cenni, che le regole morali in prima battuta limitano effettivamente l’uomo, ma a lungo andare lo mantengono libero, perché – come colsero già alcuni filosofi greci, come Socrate, Platone ed Aristotele – chi è s-regolato diventa, beninteso progressivamente e non da subito, dipendente dai suoi istinti, schiavo delle sue pulsioni, ecc.

Quanto al punto di vista metafisico, su cui ci soffermiamo un po’ di più, il rapporto tra l’esistenza di Dio e la libertà dell’uomo può essere concepito, fondamentalmente, in tre modi.

Una concezione è appunto quella di Erode, che si radicalizza nella modernità ad opera del cosiddetto umanesimo ateo, che cancella Dio per salvaguardare la libertà umana, cioè afferma l’inesistenza di Dio affinché l’uomo possa essere veramente libero. Questa prospettiva annovera tra i suoi esponenti più significativi filosofi come, per esempio, Ludwig Feuerbach e Friedrich Nietzsche, il quale afferma: «Se vi fossero degli dei, come potrei sopportare di non essere Dio?». Il ragionamento di questa linea di pensiero è articolato (grossomodo) nel seguente sillogismo:

1. se Dio esiste, Dio è onnipotente;

2. se Dio è onnipotente, tutto ciò che è diverso da Dio non può essere libero;

3. dunque, affinché l’uomo sia libero, Dio non deve esistere.

Un’altra concezione è quella di certe versioni di panteismo che, per salvaguardare sia la libertà umana sia l’esistenza di Dio, affermano la coincidenza dell’uomo con Dio. Il sillogismo è simile a quello precedente, perché le due premesse sono identiche, ma diverge nella conclusione:

1. se Dio esiste, Dio è onnipotente;

2. se Dio è onnipotente, tutto ciò che è diverso da Dio non può essere libero;

3. dunque, affinché l’uomo sia libero, egli deve coincidere con Dio.

Per queste versioni di panteismo, così, l’unica possibile conciliazione tra l’esistenza nonché l’onnipotenza divina e la libertà umana risiede nell’identità tra Dio e l’uomo: Dio si attua in ciascun uomo.

Una terza concezione è quella della religione cristiana e della filosofia della creazione, magistralmente espressa in un passo del Diario di Sören Kierkegaard, dove il filosofo danese contesta la premessa 2., comune ad entrambi i precedenti sillogismi, mostrandone l’errore.

Per Kierkegaard, infatti, «soltanto l’Onnipotente può rendere veramente liberi»: apparentemente – rileva Kierkegaard – questo sembra strano, perché l’onnipotenza di Dio dovrebbe comportare la dipendenza da Dio di tutto ciò che è altro da Dio. Ma soltanto l’Onnipotente è assolutamente perfetto e quindi non può guadagnare né acquisire nulla dal rapporto con ciò che è altro da sé; e proprio perché non può guadagnare nulla, può lasciargli la libertà. Di più, «soltanto l’Onnipotente può essere puro dono»: l’Onnipotente è colui che non ha bisogno di altro, quindi non istituisce nessun rapporto di dipendenza e dunque può lasciare libero l’uomo, senza farne un servo, senza realizzarsi nell’uomo, senza coincidere con lui, bensì creandolo distinto da sé ed amandolo, donandogli tutto quanto l’uomo ha di buono. È la soluzione della questione accennata anche da Benedetto XVI: «dobbiamo aprirci alla certezza che Dio è l’amore onnipotente che non toglie nulla».