Finisce gli esami a Legge in soli 24 mesi ma per laurearsi dovrà aspettare 2 anni. Nei nostri atenei ormai l’intelligenza è un fastidio
di Stefano Zecchi
Tratto da Il Giornale del 13 dicembre 2011

Tra i non pochi problemi della nostra università, c’è la figura del fuoricorso, cioè dello studente che non frequenta, non dà esami, rimane parcheggiato nelle facoltà in attesa di finire- chissà quando­gli esami e laurearsi. Una figura che nelle università straniere non è contemplata: se uno studente non termina gli studi nel tempo previsto dai regolamenti accade­mici, decade, esce dall’universi­tà. Da noi, invece, resta: sostiene un esame ogni tanto, non frequen­ta le lezioni, sconvolge il principio stesso dello studio universitario e richiede una preparazione in tem­pi programmati per entrare alla meglio nel mondo della professio­ni.

Di tanto in tanto il legislatore di turno adotta dei provvedimenti per cercare di limitare la figura del­lo studente fuori corso, ma senza significativi successi, tanto è vero che la sua presenza anche se mas­siccia non fa notizia e non distur­ba nessuno. Nella facoltà di giuri­sprudenza dell’università La Sa­pienza di Roma fa invece notizia, e disturba la pigra routine accade­mica, Luca Pompei. Fuori corso? No, corso ristretto.

Il giovane è riu­scito a sostenere tutti i 29 esami ­richiesti per la laurea in legge – in due anni. Lui intende laurearsi, e invece non può: deve aspettare an­cora un paio d’anni perché il cor­so di studi ne contempla cinque. Lo studente inoltra domanda al­l’amministrazione universitaria perché faccia un’eccezione alla re­gola che non ammette la possibili­tà che si finiscano gli esami in anti­cipo sul piano programmato degli studi. Niente da fare. Il giovane ha un’ottima media, 28, 48, è pronto per sostenere la tesi di laurea ma il regolamento accademico preve­de il fuori corso e non chi s’impe­gna al punto di bruciare le tappe e laurearsi bene e alla svelta. Insomma, abbiamo un’univer­sità che si preoccupa di essere in­dulgente e generosa con chi non arriva a laurear­si e intransigen­te e repressiva con chi ha intel­li­genza e genia­lità.

Luca Pom­p­ei ha dichiara­to di sentirsi umiliato per il trattamento subito e ha ricorso al Tar per potersi laureare senza aspettare due anni che non gli da­rebbero assolutamente nulla sul piano della sua formazione. Non so cosa potrà ottenere dal tribuna­le amministrativo, ma anche se avrà soddisfazione, l’umiliazione subita non verrà cancellata da una sentenza di tribunale.

Posso immaginarmi cosa gli sia stato ri­sposto dai vari uffici dell’universi­tà a cui s’è rivolto per spiegare la sua situazione: nessuna conside­razione (non dico ammirazione di fronte all’eccezionalità di quel cammino accademico) per la sua richiesta di accelerare i tempi del­la discussione della tesi di laurea; molto fastidio per un caso non pre­visto dai regolamenti, che invece si sarebbe dovuto valutare con grande interesse. La vicenda di Luca Pompei è in­nanzitutto la triste testimonianza di un’università che negli anni s’è data tante preoccupazioni per ab­bassare il proprio livello scientifi­co in modo da essere buona e ge­nerosa verso chi ha scarse qualità intellettuali, e non ha valutato l’importanza di proteggere e favo­rire le eccellenze. Il risultato è che i Luca Pompei vengono trattati con fastidio e umiliati mentre si ha un occhio di riguardo per chi af­folla l’università con risultati mo­desti.

Ci troviamo così in una situa­zione anomala a livello europeo: abbiamo un numero basso di lau­r­eati e alto di disoccupati laureati. In secondo luogo, la vicenda è una testimonianza spietata sul­l’inutilità dei professori. È, più pre­cisamente, la dimostrazione che molte cattedre universitarie sono in funzione del docente e non del­lo studente, servono per dare una cattedra e uno stipendio non un in­segn­amento necessario per la for­mazione del laureando. Per fare 29 esami in 24 mesi, Lu­ca Pompei non ha evidentemente frequentato le lezioni, ha visto – sì e no – il professore nel giorno del­l’esame, gli è stato sufficiente stu­diare i libri previsti dal program­ma. Perché Luca Pompei ha fatto così presto a terminare gli esami del corso di laurea?

Certamente perché ha una propria genialità e capacità di studio, ma poi perché non esiste nessuna attività specifi­ca – esercitazioni, laboratori – da parte del docente per preparare gli studenti al suo esame: si legga­no qualche libro e buona fortuna. Ventinove esami in 24 mesi si­gnificano molti professori inutili in un’università specializzata in laureati disoccupati e indifferen­te all’eccellenza e alla competizio­ne culturale.