di Matteo Foppa Pedretti
Tratto da Il Sussidiario.net il 30 maggio 2011

“Questi ragazzi non capivano proprio perché continuare a perdere tempo all’istituto tecnico, quando potevano entrare nell’aziendina di famiglia e farsi le ossa, avendo anche un po’ di soldi in tasca.

Non ho visto alcuna nostalgia della scuola in loro, ma anzi l’orgoglio di chi ha abbandonato un luogo da ragazzi con i compiti, i prof, per entrare prestissimo nel mondo adulto… Ma questi sono i ‘fuggitivi’ più fortunati. Chi lascia la scuola e non ha il paracadute del lavoro rischia grosso, rischia la deriva, il branco, rischia di deprimersi e di chiudersi in se stesso… ”. Così Gustavo Pietropolli Charmet, su Repubblica di martedì 24 maggio, a commento degli sconfortanti e consueti dati sull’abbandono scolastico in Italia, che risultano dal recentissimo Rapporto Istat 2011.

C’è tutto, in questa descrizione. Tutto quello che c’è da sapere sul male misterioso della scuola italiana. Ma occorre decrittarlo, usando come chiave alcune frasi, alcune espressioni, fulminanti, ma che rischiano di sembrare banali. O peggio, “sbagliate”. Innanzi tutto “non capivano proprio”. Non sono i soli a non capire, questi ragazzi. Forse sono tra i pochi ad avere il coraggio di dirlo. Non si capisce proprio perché stare in un ambiente dove l’alternativa è tra il “si deve perché è così” della scuola che si vuole finalmente autoritaria, severa e selettiva e il “si deve perché è facile, si socializza, perché non c’è niente da sapere per davvero”. Niente che serva per davvero.

“Perdere tempo all’istituto tecnico” è la seconda chiave. Il tempo non è mai così poco, così ansiosamente prezioso, come quando si ha una vita davanti. Si può perdere tempo, essere costretti a fare cose senza esplicitazione del nesso possibile con l’esperienza e l’utilità propria o altrui, quando si è stufi della fatica di vivere (cazzeggiare su internet è un diritto inalienabile dell’impiegato) o si è stanchi di molti anni. Non quando ogni momento può essere quello in cui riemerge la domanda “Che cosa sarà di me? Qual è il mio posto in questo mondo che sembra non rispondermi e non corrispondermi? Ed io che sono?”

Nessuna nostalgia per un posto così, per un anestetico così noioso. Per il parco giochi culturali obbligatorio. Per il contenitore di mille discipline disparate senza alcun nesso concreto di unità, e quindi di cultura, o di mille “educazioni alla”, dove quello che mi viene detto è “fai tutto quello che vuoi (che tanto quello che fai non interessa a nessuno), ma per l’amor del Cielo non rischiare”.

Nessuna nostalgia per un luogo da ragazzi. Questa è la prima indicazione di un possibile cambiamento. È paradossale, ma è così: la scuola non deve essere un luogo da ragazzi. “Entrare prestissimo – si noti l’avverbio – nel mondo adulto”. A quattordici o quindici anni (prestissimo, maledizione!), quando si può fare tutto ma non lavorare (cioè maneggiare con un minimo di responsabilità la realtà) c’è gente che vuole entrare nel mondo adulto. Fatto di cose e di rapporti che hanno uno scopo, un’utilità autoesplicante. Più interessante della tele, delle chiacchiere e dei rave party. Fatto di adulti. Non necessariamente di modelli da imitare, di persone iperpreparate, di educatori carismatici e affascinanti. Adulti. La scuola, se vuole essere per i ragazzi, deve essere un luogo di adulti.

Credo sia questo il punto da approfondire, la seconda provocazione costruttiva di cui le parole dei giovani “dispersi” sono portatrici. Provo a evidenziare due dimensioni di questo essere adulti.

Innanzitutto la “casa”. Una casa non è un posto “da ragazzi”, ma se è davvero tale, è il luogo dove questi crescono in modo più armonico. Non è un posto da ragazzi, perché chi ne determina lo stile, gli impegni, i tempi, sono adulti che stanno tentando di progettare e vivere la propria vita. Di uomo e di donna, di padre e di madre. Più seriamente lo fanno, cioè più sono adulti, più i ragazzi “vengono su” meglio.

La prima dimensione credo sia quella del recupero della dimensione della professione dell’insegnante, del suo proprium, che sinteticamente è quello di una testimonianza di senso che ha una dimensione pubblica. Non solo pubblica, rivolta cioè alla collettività, ai figli degli altri, ma anche condivisa con i colleghi. Perchè questo sia possibile però la questione fondamentale non è che ci sia una condivisione sulle idee di fondo (che rischia di essere impossibile, superficiale o ideologica), ma la condivisione (o forse, a questo punto, la ricostruzione…) di obiettivi professionali.

Seconda dimensione: l’“alleanza”. I più fortunati tra quel 18 o 20% di ragazzi che scappano da scuola trovano un luogo – il lavoro – in cui “farsi le ossa”. La scuola non è quindi l’unico contesto in cui per larghe fasce di giovani accade l’istruzione e l’educazione (“farsi le ossa” vuol dire questo: imparare cose e diventare grandi…). Non è l’unico e probabilmente non è il più adatto a tutti, o a tutti i momenti della vita. In ogni caso coesiste, nell’esperienza di tanti, con altro.

Però, rispetto ad altri contesti, è forse l’unico (insieme ai genitori) che ha come funzione pubblica e come “oggetto sociale” quello di istruire ed educare. Ed è sicuramente il punto che è in grado di rendere istituzionale un’alleanza, una collaborazione, un reciproco riconoscimento del compito educativo proprio dell’istruzione, del lavoro, dello sport, del volontariato, ecc.

Fino ad oggi, mi sembra che la scuola abbia cercato di respingere queste dimensioni o di annetterle. Forse è venuto il momento di “federarle”. Altrimenti con tutta probabilità per molti anni a venire, sui Rapporti Istat leggeremo numeri sempre più sconfortanti.