di Gabriele Uras da Il Sussidiario.net

Il dibattito sulle riforme del ministro Gelmini non attenua l’interesse al problema dell’«emergenza educativa», che le autorità della Chiesa e il Papa continuamente ripropongono all’attenzione dell’opinione pubblica e dei responsabili politici. Dicono la loro anche gli opinionisti e gli esperti di cose scolastiche sulla stampa e alla televisione. Gli aspetti più affrontati sono quello concernente la natura del fenomeno e quello dei possibili interventi a rimedio.

È possibile individuare due posizioni. C’è chi sostiene essere il fenomeno dell’emergenza educativa una caratteristica permanente e strutturale dell’educazione, e afferma che essa c’è sempre stata e sempre ci sarà, magari diversamente denominata e giudicata, e che l’insuccesso è sempre, sotto qualsiasi cielo e in qualsiasi momento della storia, uno dei possibili esiti del lavoro dell’insegnante, destinato a gioire se l’allievo lo corrisponde, e a provare delusione quando gli si appalesa sordo o indifferente alle sue proposte formative.

La scuola, continua chi sostiene questa posizione, può attenuare l’entità e la virulenza del fenomeno ampliando i tempi dell’esposizione dei giovani alle sollecitazioni culturali, etiche e valoriali dell’ambiente scolastico, sia col tempo pieno, sia con altre forme di impegno formativo e di controllo della giornata del giovane, per salvarlo dall’insignificanza delle troppe ore davanti alla TV o dalle banalità dei pomeriggi di gruppo malamente autogestiti. Utilissimi a questo fine sono gli oratori, in via di potenziamento. Emergono le figure dei nuovi «missionari della pedagogia», religiosi o laici, votati alla salvezza delle vittime dell’emergenza educativa, figure che i media illuminano a giorno e quasi contrappongono alle decine di migliaia di oscuri docenti, che giorno dopo giorno portano avanti nelle aule il loro lavoro spesso ingrato, destinato al successo o all’insuccesso, secondo le proporzioni che le statistiche impietosamente attesteranno, utilizzando come indicatori i dati sui bocciati e sui promossi e l’andamento altalenante degli episodi di bullismo.

Per completare la presentazione sommaria di questo modo d’intendere l’emergenza come dimensione costante ed organica del fatto educativo, occorre notare che esso non dimentica d’inserire tra le sue cause anche la forza condizionante dell’extrascuola e i fattori ambientali, in primo luogo la cultura e le subculture dei contesti di vita degli allievi. Ma non prevede azioni specificamente rivolte a neutralizzare, con una lotta diretta e frontale questi fattori, che dell’emergenza educativa costituiscono le linee di rifornimento. Lavorano con grande impegno, ma sono troppo spesso le vittime generose di un’illusione pedagogista.

L’altro modo di intendere la natura dell’emergenza educativa si rifà alle posizioni di Benedetto XVI e della Cei i quali, pur senza escludere che, in qualche forma e misura, essa ci sia sempre stata, affermano che quella che affligge la scuola del nostro tempo presenta caratteri peculiari, che ne fanno un fenomeno diverso dal passato. La differenza è data dal contesto, un tempo luogo di valori condivisi, oggi dominato dal relativismo e dal soggettivismo, che negano ai giovani gli ancoraggi valoriali necessari per costruire gradualmente, sotto la guida di adulti persuasi, le loro certezze, a fondamento dell’autonomia di giudizio e come base delle grandi scelte della vita. Il principio di autorità perde vigore, le tradizioni sono percepite come inutili orpelli, i desideri tendono a divenire diritti, non esistono regole valide per tutti in ogni luogo e sempre.

Di fatto, si attenua la forza dei riferimenti mediante i quali l’educatore orienta lo sviluppo morale e personale dell’allievo. I richiami e le sollecitazioni del consumismo e dell’edonismo “remano contro”, seducono il giovane riducendone l’autonomia di giudizio e la capacità di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Anche l’idea del bello, disancorata dagli altri valori, smarrisce l’equilibrio e la misura che la sostanziano, giacché i valori sono tra loro solidali e compresenti e solo se stanno insieme conferiscono armonia all’assetto unitario della persona.

A questo diverso modo di considerare le cause e le ascendenze prossime dell’emergenza educativa corrispondono modalità d’intervento a rimedio anch’esse diversamente impostate, e strategie di respiro più ampio rispetto a quelle, pur importanti e preziose, messe in campo dalle pedagogie d’aula allargate ai doposcuola o agli altrettanto meritori oratori delle parrocchie. Capovolgendo quello che da Rousseau in poi è un luogo comune del pensiero educativo e della pratica didattica, invece della cosiddetta centralità dell’alunno, da oggi in poi ad occupare il centro delle sollecitudini educative dovrà essere l’adulto, primo destinatario degli interventi a rimedio, nella speranza di migliorare attraverso di lui la società e così porre un limite alle perniciose influenze di questa sulle giovani generazioni.