Pechino teme Google in quanto teme la libertà di parola. Il caso “Google” è dovuto principalmente al fatto che, una volta levati i filtri alla censura, verità scomode per la Cina sono venute a galla Alexandre Del Valle (Geopolitico)*

Da qualche mese, assistiamo al braccio di ferro tra le autorità cinesi comuniste e Google, che in Cina è la principale concorrente del più popolare motore di ricerca locale, Baidu.com.

Il litigio è cominciato quando il leader mondiale dei motori di ricerca web è stato messa sotto accusa in Cina per aver promosso la «diffusione di materiale pornografico» e per usare senza autorizzazione i testi di autori cinesi. Infatti, la crisi “Google-Cina” è nata quando il motore di ricerca americano ha denunciato gli attacchi subiti dai conti di posta elettronica di alcuni suoi clienti cinesi. Google è anche accusato da Pechino di non avere rispettato la regola della censura di certi contenuti del web in Cina che potrebbero “minacciare” il regime totalitario o la moralità pubblica (pornografia, “perversione occidentale”). Il ministro dell’Ufficio informazioni del consiglio di Stato, Wang Chen, ha quindi ribadito che la pornografia online, i frodi e «rumours» rappresentano vere minaccie per la collettività cinese, aggiungendo che i media su Internet devono contribuire a «guidare l’opinione pubblica» e non ad avvilirla… Rebecca MacKinnon, esperta di Internet in Cina, afferma comunque che queste accusazioni riguardo la moralità e la pornografia sul web sono dei pretesti, e che al di là di questo, «Google ha subito negli ultimi mesi ripetute prepotenze e rischia di non poter garantire agli utenti la sicurezza delle sue operazioni». In questo ambito, da gennaio scorso, la direzione mondiale e cinese di Google afferma di non voler più censurare i contenuti. Il ministro cinese dell’Industria e dell’Informazione tecnologica (che ha sempre negato l’esistenza di negoziati in corso) cinese ha avvertito da parte sua, in reazione, che ogni futura violazione delle leggi cinesi consacrerà la “rottura definitiva” dei rapporti tra la Cina e Google, “unica responsabile delle conseguenze”. La Cina ha infatti adottato la linea dura, costringendo l’azienda di Mountain View a delle scelte severe.

Come l’ha ribadito molto chiaramente un portavoce del governo comunista cinese, il 16 marzo, se vuole rimanere nel mercato cinese, “ Google dovra’  rispettare le regole cinesi”. Ricordiamo che Google si era impegnato a rispettare la censura quando era entrato nel mercato cinese nel 2007, ma da qualche mese, ha deciso di non più farlo perchè contradisce troppo i valori americani democratici fondamentali, come lo ha ribadito in diverse occasioni lo stesso presidente americano Barak Obama. La Stessa segretaria di Stato Hillary Clinton è intervenuta e ha voluto fare della vicenda una vera questione diplomatica, inviando subito un ambasciatore statunitense per aiutare nei negoziati tra Google e Pechino.

Ultimi negoziati

Malgrado la crisi, il presidente di Google ha lasciato intendere che potrebbe realizzarsi molto “presto” un accordo con il governo di Pechino. E vero che Google ha investito in Cina molto recentemente, conquistando in pocchissimo tempo il 30% delle quote di mercato. E anche vero che la Cina neo-totalitaria confuceo-comunista conta adesso il maggior numero al mondo di utenti Web (360 milioni). Un mercato importantissimo per gli operatori internazionali, che, per mantenersi li, sono costretti ad accettare la censura imposta da Pechino. Ma per poter continuare a rimanere sul mercato, Google dovrà accettare un accordo che entrerà in contradizioni totale con i valori di libertà che promuove: la censura sul web contradisce la natura stessa dell’internet, che, per essenza, deve godere della maggior libertà d’espressione e di circolazione dell’informazione. Da parte sua, l’eventuale abbandono da parte di Google non preoccupa Pechino, che continuerà a svilupparsi rapidamente e ha meno da perdere di Google. Nonostante le trattative in corso, gli specialisti sono pessimisti e scommettono a 99% sulla chiusura della versione locale di Google. I dirigenti cinesi comunisti prevedono infatti entro il 10 aprile l’uscita di BigG dalla Cina. E la portavoce cinese Jang Yu ha confermato la versione ufficiale dell’esecutivo guidato da Wen Jiabao: le imprese straniere «sono le benvenute» su Internet se «agiscono in accordo con la legge» cinese.

La guerra del futuro si svolgerà in parte sulla rete

In verità, il regime di Pechino teme che la libertà d’espressione e di circolazione promossa dal web metti in pericolo il sistema totalitario comunista cinese basato sul controllo e il terrore della popolazione e la repressione delle rivendicazioni democratiche. In verità, le accuse cinesi riguardo la “moralità pubblica” messa in pericolo dalla circolazione di contenuti pornografici è in parte un pretesto per giustificare la critica dela libertà d’espressione, la censura e la guerra dell’informazione che impone e imporrà sempre di più le democrazie occidentali o società aperte e i regimi totalitari. E quest’offensiva contro la libertà d’espressione e la libertà di circolazione dell’informazione, non concerne solo la Cina, ma tutte le dittature rosso-nero-verdi del pianeta. E non è per caso che al’interno dell’ONU, la Cina confuciano-comunista totalitaria sia diventata l’alleata fedele non solo dell’Iran islamista schiita, che ha appena arrestato la settimana scorsa un gruppo di militanti democratici che si esprimavano sul web, ma anche del Sudan genocidario, e in generale dei due più importanti gruppi di Stati anti-democratici ed anti-occidentali presenti nell’ONU: il Gruppo dei Non-Allineati, con Cuba, il Venezuela di Chavez, ecc, e i 57 paesi dell’Organizzazone della Conferenza islmaica (OCI), con l’Arabia saudita, l’Egitto, l’Iran, il Sudan, ecc. I paesi totalitari rosso-neri cioè communisti-nazionalisti come la Bielorussia, la Cina, la Corea del Nord, il Venezuela, la Bolivia, l’Equador, ecc, fanno la guerra alla libertà d’espressione in nome della “rivoluzione” e della “Nazione degli Oppressi”, oppure in nome della collettività pubblica, più importante della vita individuale, come lo insegnano sia il comunismo totalitario che il confucianesimo (regimi “olisti). I paesi totalitari verdi-islamici del Terzomondo criticano e combattono la libertà d’espressione col pretesto che questa libertà e questi diritti dell’Uomo non devono permettere di criticare la religione. I Non Alineati, la Cina e i paesi islamici anti-occidentali fanno la guerra alla libertà sul web perchè sanno che il nuovo teatro d’operazione sul quale si svolgerà sempre di più la guerra di domani tra le società aperte e il totalitarismo sarà la Tela. Dopo aver meditato le lezioni delle “rivoluzioni di colore” mancate o riuscite in Polonia, Paesi dell’Est, Bielorussia, Ucraina, Khirghisistan, Azerbaidgian, Georgia, Libano, Serbia, ecc dalla fine degli anni 90, questi regimi hanno capito che esiste una forma di guerra non militare, basata sulla società civile, l’opinione pubblica, la Tela, i mass-media. E Pechino, pur essendo membro dell’Organizazione delCommercio (OMC), e pur facendo finta di essere amica dell’Occidente, è schierata nel campo delle dittature totalitarie anti-occidentali. Per Pechino, l’obiettivo a medio termine è di cacciare gli Americani dal Mar cinese, dal “prossimo” vicinato, dalla sua “zona di riserva”. Per Pechino, Google non è neutra. Rapresenta l’evversione americano-occidentale e un “rischio di disagregazione e di anarchia”. Per tutti questi paesi anti-democratici, il web, la Tela, Google fanno parte di un “sistema d’ingerenza” e di “nuovo imperialismo democratico” che avrebbe come conseguenze di distruggere i loro sistemi totalitari anti-occidentali. Per questo, i Cyber-attacchi come quelli denunciati da Google in provenienza dalla Cina, la censura sul web, sono gli strumenti nuovi di una vecchia guerra che oppone il mondo Libero e il Mondo aperto. Ma dal punto della legitimità (vero attore della Storia), e della “guerra delle rappresentazioni”, la giustificazione del rifiuto della libertà e della democrazia sul wew e in generale si basa sulla rivendicazione di un “mondo multipolare”, diverso, sull’indipendenza e la sovranità delle Nazioni ex-colonizzate, sul “diritto dei Popoli” all’autodeterminazione”, ecc. Infatti, l’anti-imperialismo e il rifiutio della dominazione americano-occidentale permette alla Cina totalitaria e ai suoi alleati di circostanza rosso-nero-verdi di respingere la libertà democratica e i diritti dell’uomo in nome del “diritto alla differenza” e del diritto dei Popoli a scegliere il proprio destino, e di rispettare le loro differenze culturali e di civiltà… Per i nazifascisti,  i diritti dell’Uomo sono bruciati in nome dell’Islam, e per la Cina confuciano-comunista, in nome della collettività. Non è per caso che, pur essendo un paese membro dell’OMC, fra i più ricchi del mondo in termine di PNB, la Cina continua a dichiarare di essere più povera di quanto è, continua a svalutare la sua moneta per invadere il mondo dei suoi prodotti facendo credere che non vale di più, e pretende essere un paese dello terzomondo, un paese povero in via di sviluppo. Cio’ che le permette di utilizzare sempre il pretesto del rifiuto dell'”imperialismo occidentale”  e dell'”ingerenza americana” per giustificare un sistema dittatoriale sia in Cina che altrove, in Sudan, in Iran, in America Latina, il Corea del Sud, a Cuba o in Africa dove sostiene i peggiori regimi genocidari, totalitari e li impedisce di essere condannati all’ONU, sempre in nome dell’indipendenza contro “l’ingerenza” dei moralisti americani o occidentali all’origine delle condanne o sanzioni contro il Sudan o l’Iran… E anche per questo motivo che l’Iran avrà la sua bomba nucleare fra poco, perchè sempre in funzione anti-imperialista, la Cina non voterà mai le sanzioni rafforzate contro Teheran e venderà la benzina rafinata violando l’embargo sull’esportazione di benzina rafinata verso l’Iran appena le sanzioni saranno votate dagli altri 5 Statio membri del gruppo dei 6 (GB, Francia, USA, Russia, Germania)…

*Autore di Verdi-Neri-Rossi, Lindau, 2010.