di Andrea Tornielli
Tratto da Vatican Insider il 27 giugno 2011

Che cosa significa l’imminente arrivo di Angelo Scola, cardinale patriarca di Venezia, alla guida della diocesi di Milano.

Innanzitutto si può affermare che si tratta di un fatto senza precedenti. Quello della Serenissima è infatti uno dei tre patriarcati della Chiesa latina, insieme a quello di Lisbona e a quello di Gerusalemme. Il patriarca – titolo invece diffuso nelle Chiesa orientali e ortodosse – è una sorta di super-vescovo, che sovrintende a un vasto territorio. Il titolo di Venezia è legato all’antico patriarcato di Aquileia, culla della fede cristiana nel Nordest d’Italia ma anche nell’Istria e Dalmazia, come pure in regioni quali la Carinzia. Tecnicamente parlando, dunque, passare da patriarca ad arcivescovo, risulterebbe una diminuzione.

Nella realtà dei fatti non è così. Venezia, infatti, sede storica importantissima, è una diocesi piuttosto piccola per estensione e numero di sacerdoti. Milano, invece, è enorme, vastissima, tanto che più volte si è pensato di smembrarla, creando due o tre nuove e più piccole diocesi, per rendere più umano il rapporto e il contatto con il vescovo.

Un altro problema, secondo alcuni analisti, è l’età di Scola, che arriva a Milano alla vigilia del settant’anni. Formalmente, dovrà rassegnare le dimissioni fra poco più di cinque anni, anche se si puà prevedere un episcopato di almeno sette, dato che anche al suo predecessore Dionigi Tettamanzi sono stati concessi due anni di proroga, scaduti lo scorso marzo. Che siano cinque o sette, si tratta comunque di un periodo piuttosto breve, se si considera l’estensione della diocesi, e il fatto che prima di prendere decisioni in grado di incidere veramente, un vescovo nuovo arrivato deve avere solitamente almeno un anno di tempo per conoscere la realtà diocesana e i collaboratori.

Ancora, si è parlato dell’inopportunità di designare nel capoluogo milanese un arcivescovo di origini cielline, che torna a guidare quella diocesi dalla quale se ne dovette andare, lasciando il seminario ambrosiano dove certe appartenenze, come quella al movimento di Comunione e Liberazione fondato da don Giussani, non erano certo viste di buon occhio. È vero che Scola in questi anni di episcopato a Venezia e ancor prima a Grosseto, ha mostrato di saper essere il padre e pastore di tutti, senza favorire un movimento rispetto agli altri. Ma è anche vero che proprio a Milano Cl ha il suo quartier generale, e uomini provenienti dalle sue fila sono protagonisti della vita pubblica.

Perché, allora Scola? La principale ragione va ricercata nella stima che Ratzinger ha di questo teologo che collaborato con lui nella Congregazione per la dottrina della fede. Il Papa si fida di Scola, delle sue capacità, della sua preparazione. Ritiene che sia l’uomo giusto per Milano in questo momento, anche se il suo episcopato non sarà lungo come quello di altri suoi predecessori.

Segliendo il patriarca di Venezia per la guida dell diocesi ambrosiana – caratterizzata, non si dimentichi, da un rito liturgico proprio – Benedetto XVI ha voluto anche mandare un segnale preciso, mettendo sul piedistallo una personalità di valore della Chiesa italiana che nei primi anni del pontificato ratzingeriano era stata messa da parte. Non è un mistero che tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, quando si trattò di nominare il nuovo presidente dei vescovi italiani, il successore del cardinale Camillo Ruini, Papa Ratzinger avrebbe voluto proprio Scola. Mentre negli altri Paesi del mondo i vescovi eleggono il presidente della Conferenza episcopale, in Itaia, a motivo dello speciale legame con il Papa, che è anche primate del Paese, la designazione avviene da parte della Santa Sede e non per elezione.

A bloccare Scola come presidente della Cei, incarico che avrebbe potuto tranquillamente gestire da Venezia, come oggi fa il cardinale Angelo Bagnasco da Genova, fu allora il nuovo Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Da poco insediatosi nella cabina di regia della Curia romana, Bertone volle dare un segnale di cambiamento sperando di portare la Cei sotto la tutela della Segreteria di Stato anche e soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la politica italiana. Così si oppose a Scola, e alla fine venne trovato un compromesso sull’arcivescovo di Genova.

Mandando ora Scola a Milano, Benedetto XVI manifesta dunque la sua profonda stima verso di lui. In molti leggeranno questa designazione come un’ipoteca sul futuro conclave. Quasi un’indicazione per gli anni a venire, come accadde nel 1972, quando Paolo VI, in visita a Venezia, si tolse dalle spalle la stola papale e la mise addosso al patriarca di allora, Albino Luciani. Un gesto che, dopo l’elezione di quest’ultimo avvenuta nel conclave dell’agosto 1978, venne letto come un’investitura. Si tratta però di segnali da non sopravvalutare, che si prestano a interessanti letture a posteriori, ma che in realtà non hanno tutta la valenza che solitamente gli si attribuisce.

Il conclave è materia troppo delicata per fare previsioni, soprattutto in un momento in cui il Papa, nonostante l’età avanzata, sta bene. Quello che è certo, è che Scola è uno dei «papabili». Lo sarà ora da Milano, lo sarebbe stato anche se fosse rimasto a Venezia. Ma non è affatto detto che gli elettori del futuro Papa, dopo che per due conclavi e oltre un trentennio di pontificati non italiani, sentano il bisogno di tornare ad eleggere un vescovo di Roma nato in Italia.