Secondo alcune ricerche dell’Università di Padova i credenti malati di Alzheimer stanno meglio dei non credenti. Il potere taumaturgico della preghiera
Andrea Sartori (Insegnante)

Lo dice anche la scienza: chi crede sta meglio. Specie se è malato di Alzheimer. Una ricerca scientifica dell’Università di Padova mostra come le persone religiose siano più inclini ad un rallentamento della perdita cognitiva. La preghiera può essere un farmaco potente.

Francesco Dal Mas su Avvenire del 27 gennaio ci riporta il risultato di un aricerca condotta dall’Università di Padova, e precisamente da Agostino Girardi e Alessandra Coin ricercatori della Clinica Geriatruca dell’ateneo patavino diretta dal professor Enzo Manzato. Una ricerca condotta su un campione di 64 pazienti affetti da Alzheimer in differenti stadi della malattia. i malati sono stati monitorati per un anno nella progressione della demenza dopo essere stati suddivisi in due gruppi: quelli con basso livello di religiosità, e quelli con un livello di religiosità medio alto, secondo una suddivisione ottenuta grazie al Behavioral Religiosity Scale. E’ stato quindi riscontrato che “i malati di Alzheimer appartenenti al gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nel corso dei 12 mesi d’indagine una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alta”.
Ma come è possibile? “Le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer non sono guaribili, farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione – spiega il professor Manzato -. E’ noto che gli stimoli sensoriali  provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo, ma nel caso dello studio sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva”.

Di Alzheimer non si guarisce, ma tutto ciò “apre nuove possibilità per capire come influire in modo benefico sull’inesorabile decorso della demenza”.Anche scienziati non credenti, come il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, hanno riconosciuto la possibilità che la preghiera possa avere un influsso benefico sulla persona. Questo osservando la forza benefica di esperienze religiose, cristiane e non (ad esempio la meditazione buddhista). Certo i non credenti spiegano tutto questo con argomenti “razioanali”, mentre chi è provvisto del dono della fede vede questa cosa sotto un’altra luce.
Il dono della Fede è sicuramente un grande aiuto. E apre nuove prospettive anche in campo scientifico